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storia dello stoccafisso

Eventi
Viaggio del magnifico messer Piero Quirino viniziano, nel quale, partito di Candia con malvagie per ponente l’anno 1431, incorre in uno orribile e spaventoso naufragio, del quale alla fine con diversi accidenti campato, arriva nella Norvegia e Svezia, regni settentrionali.
Ancor che la umana fragilità naturalmente ne faccia inclinati a vani pensieri e opere reprensibili, nondimeno, participando di quella parte divina dell’anima che sopra gli altri animanti il nostro Signor Dio per sua singular grazia ne ha concesso, ci debbiamo sforzar con tutto il poter di laudar il nostro benefattor, estollendo e facendo note le miracolose opere sue verso di suoi fideli, a devozione di cristiani e per esempio all’altre nazion d’infideli. Del qual officio ancor che tutti ne siano debitori, pur quelli si deono reputar esserne maggiormente i quali, nelle immense adversità loro, dove avean bisogno d’aiuto presentaneo, sono stati soccorsi e liberati per l’infinita bontà e misericordia sua. Per questa causa io, Pietro Quirino di Vinezia, ho deliberato, a futura memoria di posteri nostri e a cognizione di presenti, scrivere e con pura verità manifestare quali e in che parti del mondo furono le adversità e infortunii che mi sopravennero per il corso e disposizion della volubil rota di fortuna, l’officio della quale (come abbiamo per lunga esperienzia) è di abbassar in un momento il sublime e per il contrario l’infimo e basso inalzare, e molto piú quelli che pongono in essa ogni sua speranza. Per tanto non è da tacere, anzi piú efficacemente son debitor di dichiarire i miracolosi soccorsi che ‘l nostro pietosissisno Signor Dio ha usato verso la mia indegna persona, e d’altri dieci, che fummo del consorzio e compagnia di LXVIII.
Dovete adunque sapere che, per desiderio d’acquistar parte di quello di che noi mondani siamo insaziabili, cioè onore e ricchezze, io m’intromisi di patronizzar una nave per il viaggio di Fiandra, ne la quale non solamente la mia persona, ma eziandio disposi di metter la facultà e uno mio maggior figliolo. E come piacque al Salvator nostro, i giudicii del quale sono immensi e profondi, per principio di miei singular doni e grazie (ancor ch’io allora per l’affetto paterno non li conoscessi), giorni cinque avanti il mio partir di Candia, dove io avea caricata la detta nave, il detto mio figliolo passò di questa vita: il che mi fu d’un estremo cordoglio che mi penetrò nelle viscere, parendomi esser rimasto solo e privo d’ogni consolazion in un viaggio cosí lungo come dovea fare. O quale e quanta fu la cecità e ignoranzia mia, che di sí fatto principio mi riputassi esser da Dio offeso?
Essendo seguito il detto miserabil caso, alli 25 aprile 1431, essendomi sforzato, con grande amaritudine dell’animo mio, feci partenza di Candia per venir in ponente. E avendo costeggiata gran parte della Barberia, per il contrasto de’ venti contrarii, usciti che fummo fuor del stretto di Gibralterra, giugnemmo adí 2 giugno con l’infelice nave appresso il luoco di Calese, posto in la provincia di Spagna, dove, per causa del pedota ignorante, accostati alla bassa di San Pietro toccammo con la nave in una roccia di scoglio non apparente sopra il mare, in modo che ‘l nostro timone uscitte del luoco suo, non senza risentimento delle cancare, come si dimostrò per i seguiti casi. E oltre ciò la nave in tre parti della colomba si ruppe, facendo infinita acqua, con tanta furia che con gran pena si poteva tener seccata. Questo cosí inopinato caso radoppiò il dolore al mio appassionato cuore; pur il nostro Signor Dio clementissimo non mancò della sua grazia, che, giunti in Calese, immediate discaricammo la nave rotta (e fu adí 3 di giugno), e discaricata la mettemmo a carena, e in giorni 25 non senza difficultà remediammo al tutto, ritornando il carico in la nave. E perch’io ebbi notizia della guerra bandita fra la mia ducal signoria di Venezia e Genovesi, fummi bisogno accrescer il numero di miei combattenti, sí che soggiunsi fino alla somma di persone 68. E adí 14 di luglio per seguitar l’infortunato viaggio mi parti’, e per non incontrarmi in molte navi nemiche, quali si aspettavano di ponente, deliberai, alquanto andando fuor di cammino, allontanarmi dal capo di San Vicenzo. E perchè regnava il vento chiamato in quella costa agione, il quale largo dal terreno dimostra da greco, questo mi fu tanto contrario di riveder terra ch’io volteggiai giorni quarantacinque nei contorni delle Canarie, luoghi incogniti e spaventosi a tutti i marinari, massimamente delle parti nostre.
Quali sogliono esser i pensieri de’ circonspetti patroni quando si trovano con tante persone in simil casi, luoghi e stagioni, tali dovete creder che fossero i miei, massime vedendomi ogni giorno minuire la vettovaglia, unico conforto e sostegno dell’umana natura, specialmente di marinari che di continuo s’affatticano. Pur piacque a Dio di porgermi remedio e conforto, aiutandomi il vento a segno di garbino, e per ritrovar la tanto desiderata terra drizzammo prora e vele verso il greco, e per duoi giorni e notti quasi in poppa andavamo con le vele alzate. Ma, non consentendo la nimica fortuna il continuar del nostro desiderato bene, ne sopramesse ancor spaurosi accidenti, che fu il rompersi d’alcune delle cancare dove sta il timone, che fummo constretti a proveder di nuovo sostegno per fortificarlo; sí che in luogo di ferro vi ponemmo delle nostre fonde a opera di nizza, e talmente le acconciammo che ne fummo serviti fino a Lisbona, dove giugnemmo alli 29 d’agosto.
Nel detto luoco con debita solecitudine confermammo le già rotte cancare e fornimmo la mesa nostra, e adí 14 di setembre uscimmo di porto per inviarsi al detto viaggio. Nondimeno, contrariati da nimichevoli venti, volteggiando in alto mare giugnemmo alli 26 d’ottobre al porto di Mures, dov’io, accompagnato da 13 miei compagni, andai devotamente a visitar la chiesa di messer San Iacomo. Ma poco vi dimorai, che subito ritornato feci vela alli 28, con assai favorevole vento di garbino, dal qual speravo aver la desiderata e bisognevole colla. E allungatomi da capo Finisterrae per cerca miglia 200 al mio dritto camino, alli 5 di novembre, cessando il prospero e soave vento, si cominciò a levar quello da levante e sciroco, qual, se bonazzevole fosse durato, averiane scorti ad entrar nei canali di Fiandra, luogo da noi ne’ precedenti giorni sommamente desiderato; ma, accrescendosi ogn’ora la possanza e impeto suo, fummo ribattuti fuori del dritto nostro cammino, per tal modo che spedegassemo sopra l’isola di Sorlinga. E ancor che per vista di terreno di questo non fussimo accertati, nondimeno l’opinione de’ nostri buoni pedoti, i quali avevano già posto il suo scandaglio nel fondo del mare e trovandolo a passa 80, di questo n’affermava. Come i naviganti accostandosi piú al terreno, il vento mutando faceva segno per la revoluzione delle valute, onde si mostrava da greco a tramontana opposito di lassarne accostare alla coperta di terreno.
E per incominciar a dir del principio delle nostre afflizioni e amarissime morti, ancor che la potenzia del nostro Salvatore soccorresse a tempo e luogo la mia indegna persona e de dieci compagni, come non senza gran stupore nella sequente parte sarà inteso, accadette che adí 10 del detto mese, la vigilia di san Martino, che per forza e impeto del gonfiato mare venne a meno il nostro timon delle sue cancare, il qual era freno e segurtà della infelice nave, non rimanendone pur una sola al suo sostegno. Quanta e qual fosse l’angustia e desperazion nostra lo lascio considerar ai savii auditori, né in altro modo in quel ponto mi viddi abbandonato di vita di quello che faccian li miseri quando col capestro al collo si veggon tirar in alto. Pur, fatto animo meglio ch’io potei, cominciai ad usar l’officio del patron, con la voce e coi gesti innanimando e confortando gl’impauriti marinari che già erano mezi persi, che con una grossa tortizza legorono il detto timone: non già che fussimo sicuri di mantenerlo al suo luoco, ma solo per averlo raccommandato per fortezza di quello nel lato della nave, ch’andava tutt’ora travagliando. Ma ne avenne in contrario che, dispiccatosi in tutto dalla nave, rimase da poppe nondimeno legato, e cosí inutilmente tre giorni cel tirammo drieto. Pur alla fin con vigorosità d’animo e con gran forza il recuperammo dentro la nave, ligandolo piú che potevamo a causa che nel travagliar di quella non percotesse l’una e l’altra parte, con tal apertura di quella.
Trovandomi adunque in cosí alto e impetuoso mare, con tanta rabbia di fortuna, senza governo alcuno e con le vele alzate al vento andando a posta di quello, quando straorzando fino al batter della vela, poi alquanto poggiando, discorrevamo secondo e a quella parte che la fortuna ne spingeva, sempre allontanandoci da terra. Per il che, vedendomi in cosí disperato cammino, cognoscendo la natura di marinari, che vogliono di continuo saziar gl’appetiti loro, dopo varie e util considerazioni gli esortai che si mettesse regola e misura a quello che n’era rimaso della mensa nostra, dando il governo di quella a due o tre che alla maggior parte fosse piaciuto, li quali con equalità la distribuissero due volte fra il giorno e la notte, non iscludendo ancor me da questo numero, acciochè, durando il nostro infortunio, con questo ordine piú lungamente fussimo preservati dalla morte: il che da tutti fu laudato e messo ad esecuzione. Dapoi, vedendo che non si poteva far altro, io mi ridussi solo nella mia cameretta con grande amaritudine d’animo e, considerando l’estrema miseria nella qual io ero, drizzai il cuore al nostro Signore Iddio, raccomandandomi a quello e pentendomi di tutti i miei peccati. E veramente io confesso che ‘l rimuovermi dagli occhi quella persona, la qual per il paterno affetto amavo grandemente, mi fu d’incredibil alleviamento alle immense angustie che mi soprastavano, perchè non so come fosse stato possibile che non mi fosse crepato a tutte l’ore il cuore, vedendolo e considerando che mi dovesse morire avanti gli occhi. E per volermi sollevar alquanto la passione, mi posi ad andar con l’animo ripensando la misera qualità de’ corpi nostri, e come tutt’i gran principi e re, poveri e bassi, presenti e futuri, erano soggetti alla necessità della morte, e che noi cristiani avevamo questo privilegio, donatone per la passione del Signor nostro Iesú Cristo, della gloria del paradiso, quando contriti ci raccomandassimo a lui. E con questi e simili pensieri presi grandissimo vigore, che poco o niente stimava piú la morte, e con le medesime ragioni andai poi ad inanimar quella misera turba di marinari, che volessero pentirsi dei loro misfatti: in alcuni delli quali conobbi che le mie parole avean fatto profitto.
Or, trovandoci nel sopradetto stato, per consiglio d’un nostro marangon fu terminato di fabricar dell’antenne superflue e alboro di mezo due timoni alla latina, sperando di metter freno all’immenso travaglio della nave: li quali con ogni sollecitudine furono immediate fatti, e posti alli loro luoghi congrui e convenienti. E questa opera ne dette assai conforto e speranza, vedendo per isperienzia che facevan l’officio suo. Ma la fortuna inimica, che non ne concedeva termine di poter respirar, aumentò di sorte la possanza de’ venti e gonfiamento del mare che, percotendo con l’onde i detti timoni, li levò via del tutto dalla nave: del qual accidente rimanemmo cosí attoniti e storniti come fanno quelli che in tempo di pestifero morbo si sentono affebrati col segno mortale. E cosí abbandonati discorrevamo il cammino verso il qual la furia di venti ne menava.
Adí 25 novembre, il giorno dedicato alla vergine santa Caterina, qual fassi fortunale e dicesi esser punto di stella, tanto si aumentò la rabbia del mare e dei venti che stimassemo certo in quel giorno dover esser l’ultimo di nostro fine, e per tanto tutti ad una voce con grandissime lacrime ci raccomandavamo alla gloriosa Vergine Maria e altri santi del paradiso, che placassino il nostro Signor Dio e n’aiutassino, avodandoci con diverse devozioni in pellegrinaggi e altre opere d’umilità. Del che ne vedemmo mirabil effetto, che fummo in tanto e cosí gran furor di mare preservati dalla morte, qual si bonacciò alquanto, non però che di continuo non andassimo scorrendo alla via di ponente maistro, sempre dilungandoci dalla terra. E già per le continue pioggie e furie de’ venti la vela era tanto indebolita che la cominciò a squarciarsi, sí che per piú fiate nel tanto batterla ne fummo del tutto privati; e ancor che ne mettessimo una seconda, che si suol portar per simil respetti, nondimeno, per esser ancor lei non troppo forte, come la fu bagnata e dalla furia dei venti gonfiata poco tempo ne servite.
Or, trovandosi la nave senza vele e senza timoni, instrumenti necessarii al navigare, similmente gl’animi di tutti noi erano tanto afflitti e sbattuti che non si trovavan piú forza, lena né vigor; e ancor che la detta nave fosse nuda e priva delle dette cose, e non avesse piú corso e rimanesse come stanca, nondimeno a tutt’ore l’impeto grande del mare la percoteva in sí fatto modo che la faceva risentir in tutte le sue fitture, e alcune fiate la soperchiava ed empiva d’acqua: e pur noi miseri, cosí stanchi, eravamo astretti a svodarla.
Piú volte avendo esperimentato col scandaglio nostro di trovar fondo, avenne che ci trovammo in passa 80, di giaroso terreno, e sí come accade a quelli che non sanno notare che, trovandosi in acqua profonda, s’attaccano ad ogni piccolo ramoscello per non perire, medesimamente noi, redutti in tanta estremità, ne parve di tentar un simil remedio, qual solo ne restava, cioé d’afferrarsi con l’ancore: e cosí facemmo, ponendo quattro nostre tortizze una in capo dell’altra. La qual nostra retenzion ne venne fatta, ancor che alla fine ne riuscisse inutile, perchè, avendo per ore 40 sopra il detto sostegno travagliato grandemente la già indebolita nave, uno de’ miseri compagni, spaventato e dubitando di peggio, al luoco di prua nascosamente tagliò il capo e fine dell’ultima tortizza: e cosí noi, abbandonati dal detto sostegno, discorrevamo alla via e usitato modo, aspettando di continuo la morte, qual la maggior parte di noi si preparava di ricevere con cristianissima disposizione, ponendo tutta la nostra speranza nella futura vita. E alcuni veramente per gesti e per parole si mostravano al tutto disperati, massime non vedendo punto fermarsi la rabbia del mare e di venti.
Adí 4 decembre, la festa di santa Barbara, con unita possanza di quattro onde fummo vinti e superati, in modo che l’infelice nave profondò oltra l’usato modo. Nondimeno, ancor che fussimo mezi morti, pur si prese tanto di vigore che si mettemmo a star nell’acqua fino a meza la persona e votarla: e cosí la vincemmo, e per tre giorni dapoi un poco meglio andammo scorrendo. Ma alli 7 del mese, rifrescandosi di nuovo il furor del vento e mare, fummo di nuovo superchiati, di sorte che la nave s’ingallonò, e dalla banda di sottovento senza trovar contrasto l’acqua entrava dentro. Allora veramente pensammo di profondarsi del tutto, perchè, non sapendo che fare, stavamo di continuo aspettando la morte, riguardandosi l’un l’altro con grandissima pietà e compassione. Alla fine fu ricordato per ultimo rimedio che si tagliasse l’alboro, pensando che la nave, alleviata da quel peso, dovesse alquanto respirare e sollevarsi: e cosí fu fatto. E avendolo tagliato venne una botta di mare che lo lanciò fuori, insieme con l’antenna, senza toccar punto la banda, come se a mano fosse stata fatta: il che fece sopirar grandemente la nave, e a noi dette ardire di poterla votar dalla grande acqua che vi era entrata. E come piacque a Dio il mar e vento cominciò a cessar del suo furore.
Or, trovandosi la nave cosí spogliata di tutti gli arbori, che sono quelli che la sostengono dritta, come sanno tutti i marinari, dove spettavamo che la respirasse alquanto, la cominciò ad andar piú alla banda, di sorte che l’onde del mare facilmente v’entravano dentro. E noi, afflitti per il continuo travaglio patito già tanto tempo, né star in piedi né sentar potevamo, tanto erano i corpi nostri redutti in estrema debolezza, e pur convenivamo a tutt’ore adoperarci con gl’instrumenti a votar l’acqua. Ed essendo in questo stato, senza speranza alcuna di riveder terra, esaminando la nostra miseria e calamità concludemmo che, piacendo a Dio di mitigar l’ira del mare e vento, metter la nostra barca e schiffo nel mare e in esse entrar per provar d’andar a terra, che, rimanendo in nave volontariamente, ci vedessemo morir di fame, conciosiach’impossibil fusse con la nave poter pervenire a terra, non avendo timon né arboro né la vela, e secondo il parer nostro lontani dalla piú prossima terra verso levante, ch’era l’isola d’Irlanda, oltra miglia 700.
Fu posto adunque ordine di preparar le piccole fuste per abbandonar la maggiore, quando il furioso mare nel concedesse. Trovandosi alcuni dei miseri compagni sí abituati in bever vino fuor di misura, i quali non credevan morire, e di starsi tutto il giorno a scaldarsi, accendendo il fuoco d’odoriferi cipressi (perchè in gran parte il corpo e cargo d’essa nave era di tal legname), è cosa incredibile a questi tali di quanto nocumento fosse l’intrar in le barche e variar stilo di vivere, come qui di sotto si dirà.
Avevamo per costume al far della lunghissima notte, avanti che fussimo privi dell’arboro, di ridurci nella mia camera e salutar la Vergine nostra imperatrice, e con devotissima orazione lagrimando pregar essa e il suo Figliuolo omnipotente e redentor nostro che ne salvasse da tanto impeto, furor e tenebria. Non era piú in poter nostro di darci a cosí santo misterio, perchè né il star né l’andare, anzi con gran pena il giacere n’era permesso: però, secondo il parer di ciascuno, dove ci ritrovavamo distesi facevamo le nostre orazioni col cuore. Stando in queste angustie, m’andavano per mente varie considerazioni, e fra l’altre che nell’entrar di queste barche non nascesse question e rissa fra quelli ch’hanno manco discrezione degli altri con effusione di sangue, volendo ognuno entrar nella maggiore: ed era cosa verisimile, massimamente intravenendo il molto bere che a questi li faceva inclinati. E per tanto io ricorsi all’omnipotente Dio, pregandolo che m’illuminasse a trovar via e modo che fra noi non intravenissero simili inconvenienti. Piacque a sua bontà d’esaudirmi, mettendomi nella mente ch’io dovessi confortar tutti che la elezion d’entrar nelle barche fusse secreta, e solamente manifesta al scrivano, qual facesse nota della volontà di ciascuno. E cosí miracolosamente avenne che, dove tra noi s’era deliberato che 21 toccasse al schiffo e 47 alla barca maggiore, per propria volontà 21 furono contenti andar nel schiffo e i remanenti nella barca. Vero è che a me fu conceduto la preminenzia di poter nella fine far entrar e menar meco un mio famiglio dove piú mi piacesse: e quantunque nel mio concetto avessi fatto elezion d’andar nel schiffo, perchè era provato molto buono, finalmente, visto i miei officiali aver presa l’entrata della barca, mutai opinione e insieme col mio famiglio entrai nella maggiore, che fu causa della salute nostra, come intenderete.
Fatta la partizione, cominciammo a preparar le piccole fuste per abbandonar la maggiore. Parevane cosa molto difficile, per non aver l’arboro né altro luoco altiero da poterle metter nella banda; nondimeno la necessità ne messe avanti di drizzar l’arguola del già nostro timone e fortemente legarla alla sinistra banda del nostro castello da poppe, però che l’era sotto vento, mettendo le taie congrue e frasconi nella cima con le fonde sufficienti, e aspettando anco che ‘l tempo, il mare e vento si mitigasseno.
Adí 17 di decembre, essendo fatta alquanto di bonazza, con gran difficultà mettemmo le piccole fuste nel grande e spaventoso mare, al far del giorno, e ragunate le vettovaglie che n’eran rimaste giustamente le dividemmo, dandone a quelli del schiffo per persona 21 la sua rata, e alla barca per 47. Ma del molto vino che si attrovavamo l’una e l’altra turba ne prese quanto le fuste con debito modo erano capaci. Venuta adunque l’ora della partenza e separazion nostra, primamente io chiamai tutti quelli che mi parveno piú spogliati di vestimenti, e a cadauno diedi delli miei che mi ritrovavo. Dapoi, quando fummo nell’entrar e separarci, ci perturbammo tutti d’una immensa tenerezza di cuore, e si abbracciavamo l’una e l’altra parte baciandoci per la bocca, mandando fuori acerbissimi sospiri: e ben pareva (come avenne) che piú non eravamo per rivederci.
Partimoci adunque nel fare del detto giorno, abbandonando l’infelice nave, la qual con sommo studio e con gran delettazione avevo fabricata, e nella quale io avevo posto mediante il suo navigare grandissima speranza. Lasciamo in quella botte 800 di malvagia, assai odoriferi cipressi lavorati, pevere e gengevo per non poca valuta, e altre assai ricche robe e mercanzie. Come dicemmo in quel giorno mutammo fusta, ma non però fortuna, conciosiachè nella sopravenente longhissima notte, che fu il martedí al far del mercore, il vento da levante e scirocco tanto rafrescò che la misera nostra conserva, qual era nel schiffo, si smarrí da noi, né piú sapemmo qual fusse il lor fine. E noi, dalla forza del mare e dell’onde vedendoci soperchiare, per esser stracargati, ci mettemmo per ultimo remedio a libar, e per slungarsi la vita ci privammo della causa del vivere, perochè in quella notte gettammo gran parte di cibo e vino ch’avevamo, e alcune delle vestimenta nostre e altri instrumenti necessarii a salvamento della fusta. Pur piacque a Dio per salute di noi 11 rimasti in vita, che la fortuna il sequente giorno di 18 cessò, onde drizzammo la prova alla via di levante stimando di ritrovar il piú prossimo terren dell’isola d’Irlanda a capo di ponente. Ma, non possendo continuar in quel cammino, per la mutabilità di venti che venivano or a greco or a garbino, discorrevamo con poca, anzi nulla speranza di preservarci in vita, per mancamento massime del bere.
Or qui è da far intendere gli amarissimi casi per li quali numero di 47 ch’entrorno nella barca cominciò a mancare: e prima, per il martellar della misera barca aveva patito nel travaglio della nave, la si era alquanto risentita e faceva acqua, e di continuo a sette per guardia scambiandoci eravamo astretti a votarla e star al timon per governo, con grandissimo freddo; secondariamente per il mancar del vino, che in poca quantità n’era rimasto, fu necessario di ponerli ordine, pigliandone il quarto d’una tazza (non però grande) due volte tra il giorno e la notte, ch’era una miseria. Del mangiare pur ci potevamo contentare alquanto meglio, però che di carne salata, formaggio e biscotto ne avevamo assai bene; ma il poco bere ne metteva spavento adosso, dovendo mangiar cibi salati.
Adunque per le cause sopradette alcuni cominciorono a morire, né avanti mostravano alcun segno mortale, ma in un momento ne cadevano avanti gli occhi morti. E per piú distintamente parlare, dico che i primi furono quelli che nella nave dissolutamente vivevano in bere molto vino e in darsi alla crapula, stando al fuoco senza alcuna moderazione, che per il variar d’una estremità all’altra, ancor che fussero i piú robusti, nondimeno erano manco atti a tolerare tali accidenti: cadevano morti tal giorno duoi, tal giorno tre e quattro, e questo durante dalli 19 decembre fino alli 29; e subito li buttavamo in mare.
Al detto giorno 29, mancando del tutto il vino, né sapendo come ci trovavamo lontani over appresso terra, per dir il mio pensiero, io desideravo esser del numero di quelli che già erano morti: pur a Dio piacque ch’io ebbi grandissima toleranzia per mantenermi in vita. E vedendoci tutti in tal desperazione e certezza di morte, fui inspirato da Dio di persuader alli remanenti, con forma di parole convenienti, che devoti e contriti ricevessero la certa morte, communicando insieme l’ultimo vino che ne restava: alle qual parole tutti pieni di lacrime mostrorono un’ottima e cristiana disposizione, raccomandando a Dio l’anime loro. Ed essendo ridutti in questa estrema necessità del bere, molti, arrabbiati di sete, si misero a bere dell’acqua salmastra: e cosí uno avanti l’altro, secondo la lor complessione, andavan mancando di questa vita. Con alcuni della miserabil compagnia, contenendosi, ci ponemmo a bere dell’urina nostra, cagion potissima di preservarne in vita. E per non patir maggior siccittà m’asteneva di mangiare se non pochissimo, perchè d’altri cibi non avevamo che di salmastri. Nel qual miserrimo stato continuassemo per giorni cinque, e adí 4 di zenaro avanti il far del giorno, navicando con suavissimo vento per greco, uno de’ compagni che si trovava verso la prova vidde quasi ombra di terreno avanti di noi sotto vento: il quale con voce ansiosa cominciò ad annunciarne quel che li pareva, sí che tutti bramosi di tanto bene con gli occhi attenti guardammo verso quella parte. E per non esser ancor sopravenuto il giorno, rimanemmo per fin che la chiarezza ne certificò esser terra, con grandissima allegrezza.
Adunque, reassumendo vigor e forza, pigliammo i remi per approssimarsi al tanto desiderato terreno, ma per la molta distanzia e per la brevità del giorno, qual era di spazio d’ore due, quello perdemmo di vista; né potemmo usar troppo i remi per debolezza, e quella lunghissima notte dimorammo con non poca speranza. E sopravenuto il dí sequente, smaritosi il detto terreno dal veder nostro, di sotto il vento ne vedemmo un altro montuoso e assai piú prossimo, in modo che ne parve di poter piú facilmente smontar in quello che nell’altro per avanti veduto. Quello adunque tollemmo a segno col bossol nostro, per non smarrirlo la notte sequente, e con le vele in poppa cacciando il vento, a circa ore quattro di notte giugnemmo sotto il detto terreno, al qual accostandosi ci trovammo esser circondati da molte secche, come dimostrava il romper dell’onde: né è cosa alcuna piú paurosa al marinaro che a sequaro di terra trovarsi di notte in luoghi incogniti, e però il gaudio e conforto nostro si convertí in desperazione ed estrema mestizia, onde piangendo ci raccomandavamo a Dio e alla Madre sua, fido soccorso de’ peccatori. Piacque alla misericordia sua in tal e tanto pericolo d’aiutarci, in modo che, avendo la barca nostra tocco in una di quelle secche, un colpo di mare, stendendosi per sotto il fondo, la sollevò e messela fuori di quella, onde ci vedemmo franchi da tal pericolo. E tuttavia appressandoci al salutifero scoglio, avenne per miracolo grande che, non trovandosi in alcuna sua banda spiaggia né luogo da poter ben capitare, perchè in tutto il suo circuito era spredo grebanoso, in quella sola spiaggetta il Guida e Salvator nostro ne condusse, stanchi e lassi come deboli uccelletti dapoi che fatto il passaggio giungono a terra. In questo luoco ferimmo con la prova della barca, e quelli che si ritrovavano in quella parte saltorono immediate in terra, qual trovorono tutta coperta di neve, della qual ne presero senza misura per raffreddar le viscere loro arse e asciutte: il che fatto, a noi ch’eravamo rimasti per debolezza in barca, e per difenderla dal rompersi, ne porsero in una secchia e caldiera. Io con verità vi dico che tanta ne presi ch’io non l’arei potuta portar sopra le spalle, e mi pareva che nel prender di quella consistesse ogni mia salute e felicità: ma il contrario avenne a cinque della misera compagnia, perochè quella notte, avendo ancor loro mangiatone, spirorono di questa vita. Noi stimammo che l’acqua salmastra che per avanti beverono gli desse la caparra della lor morte.
Quivi dimorammo la lunghissima notte per salvar la fusta dal romper, non avendo corde né altro modo di ligarla, e aspettammo il breve giorno; il qual fattosi discendemmo, sedici rimasi di quarantasette, non trovando altro che neve, nella qual si mettemmo a riposare, ringraziando il Signor Dio ch’al natural sito nostro n’avea condotti, e campati dal soffocarsi nel mare. Costretti poi dalla fame, rivedemmo quello che ne fosse rimasto della mesa nostra, né altro ritrovammo che in fondo d’un sacco molte fregole di biscotto, messedate con sterchi di ratti, un persutto e un pezzo piccolo di formaggio: le qual cose, riscaldandole ad un piccolo fuoco che noi femmo di costrati della barca, ci restaurammo alquanto dalla fame.
E conosciuto poi con certezza quello esser scoglio deserto, deliberammo di partirci il secondo giorno, empiendo cinque nostre barile d’acqua ch’usciva dalla neve. Fattosi il dí sequente entrammo nella barca, per veder di trovar qualche altro luoco abitato, a ventura e non per alcuna certezza che sapessimo dove andar. Ma cosí tosto come vi montammo dentro, entrando l’acqua del mare per le commissure, perochè non era stata ben ligata la precedente lunghissima notte, e sbattuta su le pietre e in diverse parti apritasi, andò a piombo a fondo, e noi tutti bagnati ci sforzammo di ritornar a terra. Or, vedendoci rimaner in tal deserto luoco tutto coperto di neve, soprapresi da grande tristizia, ma non già comparabile alla precedente (dico quando ci vedemmo nella piccola barca su l’alto mare), stimavamo che per alcun giorno ne fusse prolungata la morte, ma non perdonata: e ch’altro ci dovevamo imaginare, vedendoci debolissimi, in uno scoglio della detta condizione, senza coperto alcuno e senza vettovaglia da mangiare? Pur, inspirati dal nostro unico Benefattor, provedemmo a duoi estremi e deboli remedii: l’uno di fabricar duoi coperti con li remi, duoi gabbanetti e vela; l’altra di tagliar le corbe e maieri della barca, e far fuoco e riscaldarci. Poi per unico cibo ricorrevamo al lito del mare, raccogliendo buovoli e pantalene, delle quali poca quantità si trovava: con quelli si mitigava alquanto la nostra rabbiosa fame.
Eramo tredici sotto un coperto e tre sotto un altro, giacendo parte sopra la neve e parte sedendo; ci scaldavamo ad assai debole e fumoso fuoco, perochè dalla pegola bagnata procedeva tanto fumo dai detti legni ch’appena lo potevamo tolerare, e gli occhi nostri e il volto s’enfiorono di sorte che dubitassimo di perder la vista. Ma peggio che noi eravamo carghi e pieni di vermenezzo di pedocchi, ch’a pugnate li gettavamo nel fuoco, e tra gli altri sopra il collo d’uno mio scrivanello ne viddi tanti che gli avevano rosa la carne fino alli nervi, e stimo che fossero potissima cagione della sua morte. Essendo in tale misero stato tre degl’infortunati compagni, di nazion spagnuola, uomini robusti e ben formati, spirorono di questa vita, credo per il bere dell’acqua del mare. E per esser noi tredici che eravamo rimasi deboli e impotenti, non li potevamo rimover dal fuoco, sí che tre giorni e notti vi stettero: pur con difficultà li mettemmo fuori del coperto nostro, il quale poco ne difendeva.
In capo di undici giorni, andando il mio servitor a raccoglier delle pantalene, perchè altro non era il cibo nostro, avenne che nell’estrema parte del scoglio trovò una casetta fatta di legnami al lor modo, e intorno di quella e dentro vi era sterco di bove, sí che chiaro si conosceva da nuovo esservi stati animali di quella sorte, e che gente umana vi praticasse: la qual cosa ne dette non poca speranza, per il che terminammo d’andarvi per trovar riparo e coperto. Ma tre della compagnia erano tanto estenuati e appresso al morire che non si poteron partire, onde noi dieci, fatti fasci di legni della nostra barchetta, e io con una mia anconetta d’un Crocifisso, che mai non mi abbandonò né io lui, ce n’andammo verso la detta casa: e per la molta neve io, che piú debole ero degli altri, molto m’affannai a giugnervi, benchè non fosse oltra ch’un miglio e mezo discosta dal primo luogo. Dentro la qual arrivati ne parve aver trovato grande rimedio, perciochè ne riparava dal vento e dalla neve, e fatta netta meglio che fu possibile ci ponemmo a giacere, ragionando fra noi ch’alcun luoco abitato dovesse esser qui propinquo, ma che solamente nella state dovevano venir a questo luoco a veder i suoi animali, perchè già per la freschezza del sterco di buoi conoscevamo esservi stati animali. E ancor che la ragion e necessità ne suadesse che dovessemo andar cercando quelli, nondimeno per l’estrema debolezza nostra non era possibile ch’alcun potesse ascender il monte vicino. E cosí dimorando, sospinti dalla fame andavasi per il lito del mar, propinquo un trar di pietra, cercando il cibo nostro consueto, cioè pantalene e buovoli marini.
L’andata nostra in questa casa fu un giovedí; sopragiunse il sabbato, che fu giorno a noi salutifero perchè, essendo andati tutti eccetto io per pantalene, avenne ch’uno della misera compagnia trovò un pesce di mirabil grandezza morto sopra il lito del mare, che poteva pesare da lire 200 e pareva esser morto da fresco: in che modo li fosse stato buttato noi non lo sappiamo, ma ben debbiamo credere che ‘l misericordioso Dio per salvarne cosí permettesse. Colui che ‘l trovò cominciò a chiamare i suoi compagni, nunziandoli la grazia sopravenutali, e diviso in piú pezzi lo portorono alla casetta, dov’io avea acceso un debil fuoco. Considerate ch’allegrezza fu la nostra. E immediate ci mettemmo a cuocerne parte, qual si poneva in la caldara che ci trovavamo, e parte su le deboli brace, sí che al sentimento dell’odor suo alcuni di compagni sopravenendo, con stupore ch’avessero sentito tal inconsueto odore, per la fame grande non potendo aspettare che fusse del tutto cotto, lo cominciammo a mangiare, e per giorni quattro senza regola alcuna ce ne saziammo. Poi, vedendolo mancare, fu ricordato ch’a misura da lí avanti fusse distribuito.
Ma non è da lasciare adietro una particella necessaria: dico che de’ tre de’ nostri compagni che da prima erano restati adietro, vedendo che noi eravamo partiti, un di loro ricercandone venne a trovarne il dí sequente che trovammo il pesce. E vistolo entrare, fra noi fu uno di tanta malignità che dava per consiglio ch’al detto non se ne dovesse lassar gustare, anzi egli voleva violentemente obviarli, ma io, con parole convenienti persuadendo il contrario, indussi tutti a fargliene parte: il qual restò quella notte con noi, poi l’altro giorno andò agli altri dua suoi compagni e invitogli alla grazia mandatane da Dio, e cosí vennero a reficiarsi.
E con la regola posta com’ho detto dopo giorni quattro, il detto pesce ne durò giorni dieci, porgendone non solamente sodisfazione alla fame, ma vigore alla indebolita natura. E di piú, quanto durò il detto pesce, tanto fu tempo fortunato, e cosí impetuoso che per niun modo averiamo potuto aver ricorso alle solite pantalene, sí che chiaramente comprendemmo che Dio per salvarne ne l’aveva mandato. Consumato il pesce, ritornammo all’opera e guadagno solito di trovar da saziarci di pantalene, cibo di poco nutrimento.
Or qui si dirà come miracolosamente piacque al Salvator nostro di cavarne di tanti guai e disperazione; e fu in questo modo, che ritrovandosi a miglia otto prossimo uno scoglio abitato da pescatori, nel qual ve n’era uno ch’aveva duoi figliuoli, e nel detto disabitato luoco dove noi ci trovavamo aveva in pascolo, serrati in una casetta sopra ‘l monte, alcuni suoi animali, ad uno delli detti figliuoli venne in visione come i prefati animali s’erano derupati dalla parte dove noi ci ritrovavamo, e narrata al padre questa cosa, egli deliberò di venirsene insieme con detti suoi figliuoli in una sua barchetta a vedere ciò che fusse. E cosí all’alba vennero al lito prossimo dell’abitazion nostra, e discesero i duoi figliuoli, rimanendo il padre al governo della barca; e vedendo fumar la casa dove eravamo, verso quella drizzorono i passi, ragionando insieme che volesse dir questo fumo nella casa disabitata, perchè non potevano pensar che a questo luoco vi potesse capitar gente da parte alcuna. Ma per aventura la voce umana prima pervenne all’orecchie d’un mio compagno, nominato Cristoforo Fioravante, qual disse con ammirazione: “Non udite voi voci umane?” Rispose il nocchier nostro: “Sono questi maledetti corbi, ch’aspettano la fin nostra per divorarne, com’hanno fatto degli altri corpi di nostri compagni”. Ma, piú approssimandosi i predetti, a tutti fu chiaro la voce esser umana, onde n’andammo verso l’uscio con imaginazione di qualche inopinata speranza. E vedendo noi costoro, i cuori nostri s’empierono d’inestimabil conforto, ma essi, che ci viddero in tanto numero di persone incognite, rimasero per buon spazio spaventati e muti. Ma poi che da noi con li gesti e con la voce furono certificati ch’eravamo persone pericolate e bisognose d’aiuto, cominciorono a parlarne, nominando il suo scoglio e assai altre cose: ma nulla per noi era inteso. Duoi della nostra compagnia, sperando di trovar qualche cibo, se n’andorono verso la barca, ma niente vi trovorono; e venuti a noi estimassemo che detta barca fosse di luoco abitato prossimo, e però non aveano portato seco da mangiare. Qui terminammo che duoi di noi andassero con detta barca, perchè di piú non era capace; e quantunque ad alcuni paresse bene si dovesse ritener uno de’ detti paesani, con dir che saressimo con piú prestezza aiutati, nel vero né a me né agli altri parve d’acconsentirli, per non sdegnar gli animi d’alcuni di loro, dai quali aspettavamo qualche grazia e rifugio. E cosí li nostri duoi andorono in detta barca, e con atti cercavano di farli intendere il bisogno nostro, perchè con parole niuna delle parti si poteva intendere.
E partironsi un giorno di venerdí, rimanendo noi in grande speranza e aspettando che ‘l giorno sequente venisseno per noi. Accadette che non apparve né messo né ambasciata, onde la notte del sabbato venendo la domenica dimorammo in grandi sospiri e fastidiosi pensieri, estimando che, per esser la barchetta di piccola portata e troppo caricata, per il cammin si fosse roversciata. Ma la causa dell’indugio processe perchè gli abitatori del scoglio, essendo alle lor pescagioni, non poterono aver notizia del caso e bisogno nostro. Ma sopravenuta la domenica, all’ora della messa, il suo capellano, ch’era todesco, il quale avea parlato con uno delli duoi ch’andorono, il quale era fiammengo, compita la messa fece intendere a tutti il caso, la condizione e nazion nostra, mostrandoli i nostri compagni: e commossi a pietà tutti lagrimorono, e beato colui che prima poté mettersi in via con le loro barchette portando di lor cibi per trovarne, sí che la detta dominica, giorno di somma venerazione e a noi salutifero, barche sei, qual prima e qual ultima, vennero per noi, portandone copia de’ suoi cibi. E chi potria stimare quanta e qual fosse l’allegrezza nostra, vedendoci visitar con tant’amore e carità?
Venne con loro il frate suo cappellano, dell’ordine di San Dominico, e con parlar latino dimandò qual fra noi era il padrone: a cui respondendo mi dimostrai per esso. E lui, poi che m’ebbe dato da mangiare de’ suoi pani di segala, che mi parveno manna, e da bere della cervosa, mi prese per mano, dicendo ch’io menassi duoi con me: onde elessi uno Francesco Quirini candiotto e Cristoforo Fioravante veneziano, e insieme seguitammo il detto frate. Entrati in barca del principal di detto scoglio, fummo condotti in quello e menati all’abitazione del detto, che pur era pescatore, per un suo figliuolo, per la mano sempre, per esser io tanto debole che non potevo camminare. Entrati nella casa ne venne incontra la madonna con una sua fantesca, e io, ricordandomi del modo che sogliono far alcune schiave grezze quando riconoscono qual sono le sue madonne, mi gettai a terra per volerli baciar il piede: ma lei non volse, perchè commossa a pietà mi condusse al fuoco e porsemi un scodellotto di buona latte. E successivamente ebbi buona compagnia e fui piú degli altri ben visto. È vero ch’io non mi sdegnai, in tre mesi e mezo che vi stemmo, di porgerli aiuto ne’ lor bisogni: né alcuna cosa è piú necessaria a chi va per il mondo che umiliarsi nella mente e opere sue.
Gli altri compagni, ch’eran per numero otto, furono condotti e divisi fra lor case. Fu arricordato di duoi ch’erano rimasi nel primo nostro alloggiamento, uno de’ quai moritte, l’altro era in estremo, e subito gionto a noi passò di questa vita: e a lui con gli altri morti nel primo scoglio fu data la debita sepoltura, benchè per li corbi la carne d’alcuni fosse devorata. Noi altri fummo raccolti e governati secondo il suo potere con gran carità. Erano in detto scoglio abitato d’anime 120, e alla Pasqua 72 si communicorono come catolici fidelissimi e devoti. Non d’altro mantengono la lor vita che del pescare, perochè in quella estrema regione non vi nasce alcun frutto. Tre mesi dell’anno, cioè giugno, luglio e agosto, sempre è giorno né mai tramonta il sole, e ne’ mesi oppositi sempre è quasi notte, e sempre hanno la luminaria della luna. Prendono fra l’anno innumerabili quantità di pesci, e solamente di due specie: l’una, ch’è in maggior anzi incomparabil quantità, sono chiamati stocfisi; l’altra sono passare, ma di mirabile grandezza, dico di peso di libre dugento a grosso l’una. I stocfisi seccano al vento e al sole senza sale, e perchè sono pesci di poca umidità grassa, diventano duri come legno. Quando si vogliono mangiare li battono col roverso della mannara, che gli fa diventar sfilati come nervi, poi compongono butiro e specie per darli sapore: ed è grande e inestimabil mercanzia per quel mare d’Alemagna. Le passare, per esser grandissime, partite in pezzi le salano, e cosí sono buone. E poi nel mese di maggio si partono di quel scoglio con una sua grapparia grandetta, di botte 50, e cargato detto pesce conduconlo in una terra di Norvegia, per miglia oltra mille, chiamata Berge, dove a quella muda di molte parti vengono navi di portata di botte 300 e 350, cariche di tutte le cose che nascono in Alemagna, Inghilterra, Scoccia e Prusia, dico necessarie al vivere e vestire. E quelli che conducono detto pesce (ch’innumerabil sono le grapparie) lo barattano in cose a lor necessarie, perchè com’ho detto niente vi nasce dov’è la lor abitazione; né hanno né maneggiano moneta alcuna, sí che fatti i suoi baratti se ne tornano adrieto, sempre resalvandosi luoco da poter tor delle legne da brucciare per tutto l’anno e altri suoi bisogni.
Questi di detti scogli sono uomini purissimi e di bello aspetto, e cosí le donne sue, e tanta è la loro semplicità che non curano di chiuder alcuna sua roba, né ancor delle donne loro hanno riguardo: e questo chiaramente comprendemmo perchè nelle camere medeme dove dormivano mariti e moglie e le loro figliuole alloggiavamo ancora noi, e nel conspetto nostro nudissime si spogliavano quando volevano andar in letto; e avendo per costume di stufarsi il giovedí, si spogliavano a casa e nudissime per il trar d’un balestro andavano a trovar la stufa, mescolandosi con gl’uomini. Sono (com’io predissi) devotissimi cristiani: non perderiano la festa di veder messa, e quando sono in chiesa sempre stanno in orazione inginocchiati; mai non mormorano né bestemmiano santi, non nominano il demonio. Quando muore alcun loro congiunto, le mogli per li mariti il giorno della sepoltura fanno un gran convito a tutt’i vicini, quali apparecchiansi secondo il lor costume e potere con suntuose e ricche veste. La moglie del morto suo si veste de piú belle e care veste che l’abbia, e serve delle brutte a’ convitati, e ricordagli spesso che facciano allegrezza per la requie del defunto. Digiunano continuamente li giorni comandati, e quante feste che vengono all’anno con cristianissima fede l’hanno in venerazione. Le loro abitazioni sono composte di legnami in forma tonda. Usano solo un luminale dritto in mezo del colmo, e l’inverno, per esservi insupportabili freddi, lo tengono coperto con scorze di pesci grandissimi, qual sanno preparar in tal modo che rendono gran lustro. Usano panni di lana grossi di Londra e d’altri luoghi, e non usano pelle se non poche. E per conformarsi con la region fredda, e per esser piú atti al tolerare, nate che sono le lor creature, come hanno quattro giorni le pongono nude sotto il luminale, quello scoprendo acciò la neve li caschi adosso: imperochè per tutto l’inverno, dalli 5 di febraro fino alli 14 di maggio, che fu la nostra dimora, sempre quasi ci nevicava. Quelle creature che scapolano la pueril etade tanto sono cotti e assueti al freddo che grandi poco, anzi nulla lo stimano. Considerisi come noi altri, mal vestiti e non usi a cosí fatta regione, dovevamo comportarci, massime le feste, che andavamo alla chiesa distante da mezo miglio: pur, con l’aiuto del Redentor nostro, il tutto tolerammo nel detto scoglio.
Alla stagione della primavera capitavano innumerabili oche salvatiche, e annidavansi per lo scoglio e piú appresso i pareti delle case; e tanto erano domestiche, per non esserli fatto alcun spavento, che le madonne delle case andavano al covo, e l’oca, levandosi con lento passo, dava commodità che gli fusser tolte l’uova piú e meno come pareva a quelle donne: e ne facevano frittaglie per nostro uso. E come de lí se rimoveva, l’oca ritornava al nido e ponevasi a covare, né per alcun modo ricevevano altro spavento. A noi pareva cosa stupenda, con altre assai che saria lungo narrarle.
Questo scoglio era distante inver ponente dal capo di Norvega, luogo forian ed estremo, perchè è chiamato in suo lenguaggio Culo mundi, da miglia 70, e basso in acqua e piano, eccetto alcune mote dove sono fabricate le sue casette. Sono appresso quello alcuni altri scogli, quali abitati e quali no, piccoli e mezzani; e questo era da miglia tre per circuito. Nel tempo che vi dimorammo fummo umanamente trattati, secondo il lor potere, mangiando inestimabilmente per duoi mesi di lungo di quelle sue vivande, cioè butiro, pesce, e alcuna volta della carne: né mai ci potevamo saziare, e veramente, se i detti cibi non fussero stati di natura lubrici, noi eravamo morti dal soverchio mangiare. La medicina nostra era latte di fresco munta, perchè ognuno di quei capi di famiglia aveva chi quattro e chi sei vacchette a sostentamento della sua brigata.
Venuto il tempo di maggio, all’uscita del quale sogliono condur il pesce loro nell’antedetto luoco di Berge, si preparorono con quello di condur ancora noi. Ma prima alcuni giorni, pervenuto a notizia di una donna, moglie del principal rettore di tutti gli scogli, il quale da quelle parti era absente, del capitar nostro in quel luogo, mandò un suo cappellano con la sua barca, che vogava a remi 12, e a me come principale portò in nome di detta donna pesci 60 stocfisi indurati al vento, e pani tre grandi rotondi a nostro modo di segala e una fugaccia, dicendo che la causa della venuta era perchè, avendo inteso detta madonna noi esser stati mal trattati da quelli dove ci ritrovavamo alloggiati, che largamente dicessimo in che cosa ne fosse stato fatto alcun torto, perchè del tutto ne farebbe restaurare, comandando a quelli del scoglio che ne facessero buona compagnia e ne conducessino a Berge. Noi, ringraziandola, escusammo l’innocenzia de’ nostri ospiti, laudando il suo buon portamento; e trovandomi una corda di paternostri di ambra, che ebbi a San Iacomo di Galizia, la mandai a detta madonna, acciò pregasse Iddio per il nostro repatriare.
Approssimandosi il tempo del partir nostro, per indicio del lor cappellano, perchè era frate predicatore alemano, fummo constretti a pagar cadauno di noi a ragion di due corone al mese, cioè corone sette per uno: e non avendo danari a bastanza, ebbero del nostro tazze sei d’argento, pironi sei e cucchiari sei, la maggior parte delle qual cose pervenne in mano del malvagio frate, forse che non se ne fece conscienzia, parendoli meritare per la sua turcimania, e acciochè nulla ne rimanesse delle robe del sfortunato viaggio. Nel giorno della partenza nostra universalmente da tutti fummo presentati del lor pesce, e al prender licenzia le donne e fanciulli lagrimavano, e noi con loro, venendo il frate con noi per visitar il suo arcivescovo e portarli dell’acquistate robe la parte sua.
Partimoci alla stagione che già era tanto cresciuto il giorno che navigando alla fine di maggio vedemmo per ore 48 il corpo solare, ma andando alla via di mezogiorno e allontanandoci dalla settentrional regione perdevamo per poco spazio il veder di raggi del sole, perchè, ancor che si smarrisse, rimaneva però chiaro il giorno, apparendo in spazio d’un’ora il sole. Ma, come n’affermavano quelli del scoglio della salute nostra (dico del scoglio abitato), per mesi tre dell’anno sempre veggono il corpo solare, com’ho detto per avanti. Onde, navigando noi per molti scogli e sempre per canali alla via di mezogiorno, udivamo grandi strepiti di coccali e altri uccelli marini, ch’avevano i lor nidi per li detti scogli; ma, come veniva il punto di dover dormire, tutti rimanevano in silenzio, e a noi si manifestava il tempo del riposo, ancor che fosse giorno, e allora si mettevamo ancor noi a dormire. Cosí scorrendo per giorni 15 col vento quasi in poppa, di continuo al dretto di monteselli fatti a posta in su le ponte di detti scogli, che n’insegnavano la via netta e profonda, e trovavamo che molti delli detti erano abitati, e venivamo da quelle genti raccolti con pietà, e fatto che gli avea il frate a sapere della condizion nostra, ne porgevan di lor cibi, cioè latte, pesce e simil cose, senza pagamento alcuno.
Avenne che per il cammino s’incontrammo in quello arcivescovo che ‘l frate andava a visitare, qual era superiore di tutti quei luoghi e scogli, nominato archiepiscopus Trundunensis, con due suoi belingieri che venivan remorciati: e la sua compagnia era da persone oltra ducento. Li fummo appresentati, e inteso ch’ebbe i casi nostri, condizion e nazione, molto si condolse; offerendoci a noi, scrisse una lettera al luoco della sua sedia, chiamato Trondon, dove è il corpo di s. Olavo, qual fu re di Norvega, perchè ivi dovevamo capitare, per la qual avemmo buona raccoglienza; a me fu donato un cavallo. Dopo molti parlamenti pur del naufragio nostro ci partimmo per seguir il viaggio.
Giunti in Trondon, intendendo il patron nostro che si faceva guerra fra Alemani e il suo signore re di Norvega, deliberò di non andar piú oltra, sí che ne messe in un scoglio appresso Trondon abitato, raccomandandone agli abitatori di quello, e lui ritornò adietro. Il dí sequente, che fu il dí venerandissimo dell’Ascensione del nostro Signore, fummo condotti in detto luogo e menati ad uno ornatissimo tempio di S. Olavo, dov’era il rettor con tutti gli abitatori, e quivi stemmo alla messa. Finito l’officio fummo presentati al detto rettore, facendoli intendere con cui eravamo lí capitati: con maraviglia e pietà m’interrogò s’io sapevo parlar latino; li dissi di sí. Prima convitatone tutti ch’andassimo a disinar con lui ne l’ora che manderia per noi, ne fece ritornar in chiesa, dove dimorammo per poco spacio; poi venne un canonico, col qual andai ragionando della condizion e stato nostro, che stupido il faceva rimanere. Giunti a casa del detto rettor, trovammo che l’avea convitati molti del luoco, insieme con altri chierici paesani: e quivi umanissimamente ne ricevette, facendone un convito di piú vivande a lor modo, benchè attendessino li paesani ch’erano lí presenti piú al mirarne e interrogarne che al mangiare. Funne dipoi provisto d’alloggiamento per dormire, ma di continuo dal detto rettore e altri canonici avessimo il mangiare copiosamente.
Io, che ad altro non pensavo che di venir a casa, il giorno seguente dimandai consiglio e aiuto come dovessimo far per addrizzarci verso l’Alemagna over Inghilterra, perchè secondo che meglio a lor paresse cosí eravamo per fare. Dopo molte parole fu concluso che per piú sicurtà della guerra e per non passar tanto mare, e per aver soccorso e aiuto alle nostre miserie, che dovessimo andar a trovar uno messer Zuan Franco, cavaliere fatto per il re di Dacia, della nostra nazione, il qual abitava in uno suo castello nel regno di Svezia distante per giorni cinquanta. Onde dopo giorni otto dal giunger nostro al Trondon ci partimo, dandone una guida il rettore con duoi cavalli; e all’incontro di miei pesci ch’io li donai, e uno sigillo e centura d’argento, mi dette spironi, stivali, capello e una manaretta ad onor di s. Olavo, che l’aveva per sua divisa sopra la sua arma, bolze di cuoio, alcune renghe e pan, con fiorini quattro di Rens. Oltre di ciò avemmo per parte del reverendo arcivescovo un altro cavallo, sí che ci mettemmo a cammino persone dodici con la guida e cavalli tre, e giorni 53 camminammo verso levante sempre, e di continuo avendo giorno, capitando quando in cattivo e quando in peggior alloggiamento, bramosi massimamente di pane. E in piú luoghi macinavano nel pistrino scorzi d’arbori tagliati a sonde a modo di zucche, e componendoli con latte e butiro facevano come fugaccine, quali usavano in luoco di pane; e ne davano latte, butiro e formazo, e da bere l’acqua del latte agro. Pur trascorrevamo il cammino, e alcuna volta c’imbattevamo in migliore alloggiamento, trovando cervosa, carne e altre cose necessarie. D’una cosa trovammo copia, cioè di caritativi e amorevol ricetti, sí che in ogni luogo fummo ben visti.
Per il reame di Norvega sono rarissime abitazioni, e molte volte capitavamo all’ora del suo dormire: benchè non fosse notte, pur era il tempo della notte. La guida nostra, che sapeva il modo e il lor costume, apriva l’uscio dell’ostaria, e trovavamo la mensa con le sedie a torno, fornita di cussini di cuoio con buona piuma, che serviva in luogo di stramazzo, e trovando tutto aperto ci prendevamo da mangiare di quello che vi era, poi ci mettevamo a posare. E molte volte intravenne che i padroni delle case venivano a riguardarne quando dormivamo, e rimanevano con stupore. Sentendoli poi la guida, parlando con loro li faceva intendere la nazione e casi nostri, e commovevansi a pietà e maraviglia, e ne portavano da mangiare senz’alcun pagamento, sí che persone dodici e tre cavalli furon nutriti per tutto il cammino di giornate cinquantatre con l’amontar di fiorini quattro che a Trondon ne furon donati. In questo cammino ritrovammo monti e valli aridissime e spaventose. Il forzo degli animali, come caprioli e uccelli, cioè francolini e pernici, erano bianchissimi quanto la neve, fagiani grandissimi quanto oche. Vedemmo nella chiesa di S. Olavo, a piè della sedia metropolitana, una pelle d’orso bianchissima, di lunghezza di piedi quattordici e mezo. Altri uccelli, zirifalchi, astori, falconi di piú sorti, sono bianchi oltra il natural suo, e questo per il grandissimo freddo di quella regione. Per tal cammino, già dismentichevoli di nostri infortunii e allegri, ci appropinquammo quattro giornate appresso a Stichimborgo, castello dov’era il prenominato messer Zuan Franco. Ma prima capitammo in un luoco nominato Vastena, nel qual nacque s. Brigida, la quale constituí una regola di donne e cappellani d’osservanza devotissima: e a suo onore nel detto luoco li reali e principi di ponente fecero fabricare una nobilissima e stupenda chiesa, nella quale numerai altari 62, e la copertura di quella era tutta fatta di rame. Quivi sono donne monache devotissime, con lor cappellani osservanti di detta regola. Nel detto monasterio fummo raccolti come forestieri e bisognosi, perchè è ricco e abondante, e per uso pio danno rifugio a’ poveri: e cosí ancora noi dettero da vivere abondantemente. Due giorni dipoi ci aviammo per ritrovar il compatriota nostro messer Zuan Franco, dove giugnemmo in spazio di quattro giorni: e quanto a noi fusse di conforto a vederlo niuno è che considerar lo potesse. Né men fu allegro il detto messer Zuanne a vederne, il qual si dimostrò molto cortese e pietoso verso di noi, poi che per relazion nostra ebbe notizia di casi e naufragii nostri, e pose tanta diligenzia e fervore in racconfortarne e darne aiuto che piú dir né stimar si potrebbe, perchè era per costume e per natura cortesissimo e liberalissimo. Dico che per giorni 15 che dimorammo con lui ognuno cercava di ben trattarne con opere e con parole, in modo che nelle nostre proprie case non aressimo potuto aver meglio i nostri commodi.
Approssimandosi il tempo che per devozione di certa indulgenzia alla chiesa di S. Brigida già nominata in Vastena innumerabili cristiani e di lontane provincie sogliono andare, il valoroso messer Zuane a nostro conforto e instruzione disse ch’avea deliberato di voler andar e menar ancor noi al detto perdono, non solamente acciò pigliassimo l’indulgenzia, la quale era grande, ma per veder il concorso di tante devote persone, e per aver notizia se in alcuna parte maritima si trovavano navilii ch’andasseno verso Alemagna o Inghilterra, luoghi dove per necessità del nostro repatriare ne conveniva capitare. E cosí avenne che al tempo debito con lui andammo, accompagnati dalla sua famiglia, che passava cavalli cento benissimo in punto, e partimmo andando ogni giorno in commodissimi alloggiamenti de’ luoghi sottoposti al detto messer Zuane. Durò l’andata nostra 5 giornate, e veramente, cosí nel suo castello come ne’ suoi villaggi del cammino, fummo magnificamente e splendidamente trattati. Giunti in Vastena la vigilia del perdono, trovammo nel vero un concorso d’innumerabili persone di diverse nazioni: molti cavalieri con le loro famiglie passati di Dacia, luoghi distanti oltra miglia 600; altri d’Alemagna, d’Olanda, Scocia, che son oltra il mare; similmente di Norvegia, Svezia, assai genti venute per terra. Quivi intendemmo che in Lodese, luoco maritimo distante a giornate otto, si trovavano due navi, una per Alemagna, cioè per Rostoch, l’altra per l’isola d’Inghilterra: della qual cosa fummo molto contenti e allegri. Sí che, restati fin il dí sequente della festa, che fu il primo d’agosto, devotamente ricevemmo il perdono; tolta poi adí 3 del detto licenza dal prefato magnifico cavalier, qual n’abbracciò tutti con tante dolci e amorevol parole che tutti piangevamo, ne consegnò ad un suo figliuolo nominato Mafio, giovane molto costumato e amorevole, comandandoli che ne conducesse a Lodese. E vedendomi alterato alquanto di febre, mi volse quel valorosissimo cavalier per piú mia commodità dar un suo cavallo portante notabilissimo, e di andar tanto soave che non viddi mai il simile: e ben mi fu necessario per l’augumento del detto accidente, perchè altramente averia fatto molto male.
Giunti in Lodese alloggiammo in una sua casa propria che aveva quivi con possessioni, sí come anco in Vastena, dove dal figliuolo fummo governati secondo il solito suo e paterno costume, dimorando piú giorni per aspettar la partenza delle dette navi. Pur venne il tempo che quella si partí per Rostoch, luogo d’Alemagna, con la quale se n’andorono Nicolò di Michiel mio scrivano, Cristoforo Fioravante uomo di consiglio e Girardo dal Vin sescalco, rimanendo di noi otto, che poi adí 14 di settembre ci partimmo per Inghilterra, forniti dal prefato Maffio di tutte le cose necessarie. E come piacque alla bontà divina per otto giorni e notti tanto ne fu favorevole e soavissimo il vento che noi passammo in Inghilterra al luogo di Lisla, ch’è nell’estrema parte verso tramontana dell’isola; nel qual luogo il buon parone ne appresentò al suo parzionevole, uomo ricco e da bene, il qual, intese ch’ebbe le condizion nostre, ne raccolse con tanta carità che piú non averebbono potuto far i piú propinqui parenti. Qui dimorammo due giorni e due notti; dipoi con suo favore, dandomi nobeli quattro, ne messe in via d’andar a Londra.
Ma non voglio tacer quel che m’avenne quando io dismontai di nave in terra a Lisla: parendomi esser uscito del profondo dell’inferno, fui ripieno di tanta allegrezza e divozione che per quella notte, ringraziando Dio e per tenerezza lagrimando, mai mi potei addormentare. Partitici da Lisla, andando con un bato su per una fiumara, aggiungemmo a Cambris, terra grande dov’è studio di piú facultà. La domenica, andati alla messa ad un notabile monasterio, mentre udivamo la messa un monaco di detto luoco, dell’ordine di S. Benedetto, mi venne a trovar, parendogli ch’io fussi sopra gli altri, dicendomi in latino che dopo la messa voleva parlarmi. La qual finita che fu, senza dimora venne e menommi solo in una parte remota di detta chiesa, e poi che ‘l m’ebbe interrogato della nazion mia e di casi intravenuti, mi porse scudi sedici in mano, dicendo che ancor lui voleva andar al santo Sepolcro, e che capiteria in Venezia e veniria a trovarmi. Accettata la detta elemosina e fattili li debiti ringraziamenti, mi parti’ e fui a confortar i miei compagni, alli quali dissi il tutto; e pagata ch’ebbi l’ostaria con questa elemosina, tutti allegri cominciammo di nuovo a ringraziar la divina clemenzia, che pur un giorno, dopo partiti dal scoglio deserto, posto che vi fosse mancamento di danari e di roba, mai non patimmo carestia di mangiare, ma sempre a luoco e tempo la grazia ne era preparata. Speriamo adunque in Dio e facciamo bene, che mai non ne potrà mancare.
Partiti da Cambris il sequente giorno capitammo a Londra, dove poche ore avanti capitò il mio nocchiero con due altri. E datosi a conoscere a quei signori mercatanti della nazion nostra, e dittoli della mia venuta, messer Vettor Cappello con gli altri ne vennero incontro lontan da Londra per piú miglia aspettandomi. E quando a lor fui giunto, quanta e qual fosse l’allegrezza nostra ogni persona discreta lo può comprendere, perciochè, abbracciandomi e con tenerezza lagrimando, parve loro d’aver recuperato il perduto, e a me d’esser resuscitato da morte a vita: e non altrimenti mi condussero e riceverono nelle lor case, con tutti gli altri ch’erano in mia compagnia, che se gli fussimo stati lor proprii e amati fratelli. Il gentilissimo e d’ogni virtú ornatissimo messer Zuan Marcanuova, venendo a mia visitazione, perch’io non potevo andar fuori, similmente mi strinse con grande affetto e amorevolezza, mi abbracciò, poi menò seco i bisognosi nobili nati in Candia che in mia compagnia si ritrovavano, cioè messer Francesco Quirini e messer Piero Gradenico suo nepote: i quali veramente non potevano capitar meglio, perchè si ritrovavano infermi e ruinati della persona in tal modo, per il lungo viaggio, che, se non fosse stata una cosí amorevole e pietosa accoglienza, incorrevano a pericolo di morte. Ad essi adunque in quella casa con ogni diligente studio e carità fu provisto via piú di quello ch’era a bastanza a’ suoi casi. Io ancor dove rimasi, che fu la casa del valoroso messer Vettor Cappello, e in compagnia di messer Ieronimo Bragadin, umanissimi e cortesi, ebbi tanto abondantemente i miei commodi che piú desiderar non aria potuto: s’ingegnavano, insieme con gli altri mercanti, con ogni modo e via di confortarmi e aiutarmi, acciò che io potessi riaver la mia salute. O Signor Iddio, quante sono le tue grazie e doni a noi nel tanto travaglio, pericolo e sinistri concessi, che da una estrema miseria e calamità ne reducesti a tanta abondanzia d’ogni bene! Questo io sento col cuore, dicolo con la lingua, e mettolo anco in scrittura.
Dapoi alcuni giorni si volse partir parte di miei compagni, che fu il nocchier Bernardo dai Caglieri e Andrea di Piero da Otranto marinari, per andar a far suoi voti, e io rimasi con Nicolò, fidel famiglio, e Alvise di Nasimben penese in casa di detti signori, e similmente il Quirini e Gradenigo. A quelli che si partissero fu dato danari, per modo che non patirono alcuni incommodi nel cammino.
Dimorammo noi rimasti in Londra circa mesi duoi, contra il voler nostro, sforzandone i nobilissimi e amorevoli mercatanti, perchè a lor pareva che fussimo ancor troppo deboli e non ben fortificati. Fummo dapoi tutti vestiti e messi in punto secondo il grado nostro, e volendo che io con gli altri riconoscessi in dono vestimenti e danari datine per le cavalcature e viaggio, io ringraziandoli non volsi per modo alcuno, assegnandogli la ragione. Li pregai bene che in luoco nostro avessero per raccomandati gli altri compagni, come bisognosi. E venuto che fu il tempo della partenza nostra da Londra, avendone provisto di cavalcature e guida, mi aviai insieme col nobile messer Ieronimo Bragadin, uno di nostri benefattori, e passato il mare si separorono dapoi dalla mia compagnia alcuni marinari per andar a’ suoi voti, e messer Francesco Quirini, Piero Gradenigo, nobili candiotti, quali fecero altra via incognitamente. Loro e noi trascorremmo l’Alemagna, andando messer Ieronimo e io per la via di Basilea, e in giorni 24 giugnemmo al desiderato porto della patria nostra dell’alma città di Venezia, dove fu consumata e approvata l’esaudizione fattami per il misericordioso Iddio, intercedendo il glorioso santo Agostino, la cui orazione per giorni quaranta avevo devotamente a ginocchi nudi detta avanti il Crocifisso, con ferma speranza e fede d’esser esaudito, la qual comincia: “O dulcissime Iesu Christe Deus verus, etc.”. E la mia dimanda conteneva che ‘l Signor Dio mi concedesse grazia di ritornar a casa sano e ritrovar i miei vivi in simile stato: e cosí m’avenne, sí che laude e gloria incessabilmente sia riferita al Signore in secula seculorum. Amen.
Il fine del viaggio e naufragio del magnifico messer Pietro Quirino.
Naufragio del sopradetto messer Piero Quirini descritto per Cristoforo Fioravante e Niccolò di Michiel, che vi si trovarono presenti.
Ancora che per infiniti esempi, sí antichi come moderni, ogn’ora siamo esortati, nella misera e travagliata vita di noi marinari, che dobbiamo sempre aver la mente e animo drizzato al nostro Signor messer Iesú Cristo e in quello metter ogni speranza; vedendosi nondimeno che per esser mal allevati e nodriti, o per natural inclinazion che abbiamo sempre al male, le dette esortazioni poco giovarne, acciochè con la viva voce e testimonio proprio vediamo di commover questi animi indurati e poco devoti, n’ha parso esser conveniente officio di far memoria e non lassar andar in oblivione un pietoso e crudel viaggio pieno d’innumerabili ed estremi casi, occorsi ad una cocca veneziana sopra la qual noi eravamo, di portata di botte 700 e piú, carica di vini, specie, cottoni e altre mercanzie di gran valuta, fatta d’ancipresso e armata in Candia d’uomini 68 per andar verso ponente, il patron della qual era messer Piero Quirini, gentiluomo veneziano, nel 1431. La qual, dopo molti disagi, infortunii e mancamenti occorsili dal partir suo di Candia fino in ponente, alli 6 di novembre del detto millesimo capitò alla bocca di canali di Fiandra, e trascorse larga delli detti per fortuna da sirocco alla volta di maestro circa miglia 140, scorrendo ogn’ora sopra l’isola di Ussenti, dove d’accordo dicemo noi, Cristoforo Fioravante e Nicolò di Michiel, che a mezodí tentammo con il scandaglio il fondo delmare e trovammoci in passa 55 d’acqua, e poi verso la sera di nuovo il cercammo e trovammoci in passa 90 e piú. Ma la fortuna e rabbia de’ venti era tanto grande che ne ruppe cinque cancare del nostro timon, ch’erano appiccate all’asta d’essa nave, benchè parte di maschi di quella fussero spezzati. E per aiutar esso timon ci sforzammo di ridurlo e farlo star al suo luogo per forza di nizze, cavi e stroppe, il che si faceva con grandissima difficultà: e nondimeno la nave andava sempre verso ponente maestro con vento di levante.
Alli 11 del detto mese ci trovammo trascorsi circa il fin dell’isola d’Irlanda, dove incontrammo due navi dalle Schiuse cariche a Baia di sale che tiravano in Irlanda, alle qual ci sforzammo d’accostarci per darli lingua: e con difficultà ad una sola potemmo porger alcune poche parole, e ci accorgemmo ch’ancora le dette avean voglia di parlarne, e se l’impeto della fortuna non n’avesse obstato l’un con l’altro averia soccorso alli suoi bisogni. Ma, come dapoi intendemmo, una di dette navi capitò male.
Alli 12 all’alba, non restando, anzi ogn’ora piú aumentandosi la fortuna, con tanto impeto e furor cargò sopra il timon già indebolito che li ruppe ogni suo ritegno, di sorte che l’andò alla banda, dove noi per ultimo rimedio gli attaccammo una grossa tortizza, con la qual tre dí cel tirammo dietro, non li possendo far altro: nel qual tempo per arbitrio nostro ci parve che scorressimo miglia 200 e piú contra nostro volere.
Alli 15 la mattina, essendo il vento e mar alquanto bonazzato, con grandissimo nostro affanno tirammo in nave il detto timon, sperando col tempo, essendo acconcio, d’adoperarlo; e per allora fabricammo di legname due spere over retegni, con li qual potessimo contrastar alla seconda dell’acque e venti, li quali contra il voler nostro conducevan tutt’ora la nave alla traversa, non potendo adoperar la vela gonfia in alcun nostro proposito.
Scorremmo con questi travagli da dí 20 fin 25 novembre, a punto la notte di s. Caterina, nella qual le palle di duoi postizzi timoni, ch’avevamo fatto essendone mancato il vero governo, ci furon dal vento e dal mare con gran furia fracassate e rotte. E oltra di questo ci levò collo la maggior parte del quartier sopravento dalla banda destra, dove all’alba fu necessario lassar l’antenna e quel poco resto della vela ch’era rimasa, e rimettemmo una seconda vela per necessità: non però che fosse bastante a tempi di tanta rabbia e fortuna. Poi levammo via l’aste di duoi postizzi timoni, e con molti pezzi di legni ne fabricammo un altro, che piú presto ombra che vero timon si poteva chiamare, e lo mettemmo al luoco suo per governo: ma non poté durar se non fin alli 26 novembre, che l’impeto del mare ne lo portò via del tutto, sí che rimanemmo privi d’ogni speranza di governo.
Alli 27, trovandone tutti dolenti e angustiosi, vedendone tutt’ora rappresentar la morte, non sapendo che fare deliberammo di sorger con l’ancore, e avendo tentata la distanzia del fondo col scandaglio, ci trovammo esser la mattina in passa 80, e sperando di piú bassezza verso la sera, ci trovammo in passa 120 alti dalla rena. Onde ne parse di non aspettar piú di far questo effetto, e attaccammo alla maggior ancora tre nove e grosse tortizze, una in capo dell’altra, per lunghezza capace a tal distanzia di fondo, e gettatala in mare stemmo attaccati fortemente, di continuo travagliando la nave per gran spazio di tempo. Poi, vedendo incrudelirsi piú la fortuna, la qual faceva fregar tanto la detta tortizza alla banda della nave che li fili eran frusti, e la tortizza fatta debile che piú non poteva durare, e perdendo ogni speranza di ritegno, ne parse di tagliarla. E cosí facemmo, lassandola insieme con il ferro nel mare; e la nave in abbandono andava dove la furia di venti e mare la menava, con grandissimo spavento di cuori nostri.
Adí 29 detto, non cessando per modo alcuno la fortuna, anzi tutt’ora crescendo, un groppo di vento sforzevole piú dell’usato ci levò via la seconda vela dell’antenna, onde tutti attoniti e smariti ci sforzammo di nuovo, delle strazze della prima e di questa seconda, di avilupparne un’altra, piú presto segno che vela, e la mettemmo meglio che fu possibile sopra l’antenna, con la quale andammo errando or qua or là, dove il mar ne portava, fin alli 4 di decembre, che fu il giorno di santa Barbara.
Alli 4 di nuovo s’incrudelí tanto la rabbia del vento che ne portò via del tutto questa terza vela, e cosí nudi e spogliati di vela e timoni andammo alla ventura fino alli 8 dí, sempre errando senza saper farli provisione alcuna per la salute nostra. Dapoi sempre crescette il vento di levante, e con tanto impeto e forzo che ‘l mar si cominciò a levar cosí alto che l’onde parevan montagne, e molto maggiori che mai per avanti le avessimo vedute, con l’oscurità della notte lunghissima, che pareva ch’andassimo nel profondo d’abisso. Qui si può pensar quanta era l’angustia e tremor nei nostri cuori, perchè, ancor che fussimo vivi, ne pareva in quel instante esser morti, aspettando ogn’ora la morte, la qual vedevamo presente. In queste tenebre si vedeva alle fiate aprir il cielo con folgori e lampi cosí risplendenti che ne toglievan la vista degli occhi; e ora ne pareva toccar le stelle, tanto la nave era portata in alto, ora ci vedevamo sepolti nell’inferno, di sorte che tutti attoniti avevamo perso il poter e le forze, né altro si faceva per noi se non che con pietà uno riguardava l’altro.
E scorrendo con tant’impeto per molte ore, alla fine un collo di mare ne sopragiunse con tanta furia sotto vento alla nave che l’acqua v’entrò dentro e l’impitte quasi meza, per la qual già indebolita s’ingallonò e mostrò carena. E veramente quella era l’ultima ora e fin nostro, e certo eravamo inghiottiti dal mare, se non fusse stato il nostro Signor Iesú Cristo, che non abbandona quelli che pietosamente lo chiamano, che porse tanto vigore e forza nelli animi nostri afflitti che, vedendo la nave in cosí pericoloso termine piena d’acqua, né poterla per forza umana buttar fuori, deliberammo di tagliar l’arboro, e con l’antenne e sartie buttarlo in mare. E cosí facemmo, e la nave alleggerita respirò alquanto; e noi allora, preso ardire, cominciammo a buttar fuori l’acqua, la quale con gran nostro affanno e sudore alla fine vincemmo. Di questa maniera andammo scorrendo quella lunghissima notte, e venuto pur alquanto di giorno, il nostro generoso e constante patron, vedendo la sua nave spogliata d’ogni armizzo e instrumento, qual avea fabricata e adornata con tant’allegrezza, soprapreso da un dolor e affanno inestimabile che lo faceva attonito e fuor di sé, considerando che piú non vi era rimedio di poter scapolar la vita, andando errando dove il vento e mar ne menava, pur alla fine sforzatosi, non mostrando perturbazion alcuna nel viso né nel parlare, ancor che ‘l cuor li fosse trafitto e se li vedessin le lagrime agli occhi, con voce salda voltatosi verso di noi ne cominciò a parlar in questo modo:
“Carissimi fratelli e uniti compagni in cosí estremo e orribil caso, poi che per li nostri peccati è parso a colui che solo può l’anime nostre salvare e per questa via purgarle di condurne a questo miserabil passo, vi prego che con tutto il cuore debbiate levar la mente vostra verso nostro Signore, qual per amor nostro venne in questo mondo a patir la morte con tanta e sí crudel passione, pentendovi di tutt’i vostri peccati e raccomandandovi alla misericordia sua, acciò che, come l’ora venghi dell’uscir di questa nostra misera e afflitta vita, la qual vedo approssimarsi, la maestà sua in questo nostro transito ne riceva nelle benigne e piatose sue braccia”. E quivi, mancandoli la voce, s’ingroppò d’una estrema tenerezza di cuore e stette un gran pezzo che non poté parlare, non mostrando però segno alcun di dolore: solum se gli vedeva correr le lagrime dagli occhi.
Alla fine, riavutosi, con la medema costante voce andò drieto continuando: “Considerato adunque i nostri spaventevoli termini nelli quali ci troviamo, io comprendo chiaramente che stando in nave è star in man d’una morte certa, e noi di noi medemi saremo omicidi, perchè, ancor che restassino i venti e il mar si abbonacciasse, non abbiam però da vivere per piú di 40 giorni, rispiarmando e allungando quanto sia possibile la mesa che ci troviamo; la qual finita, ci vederemo subito morire tutti ad un tratto, essendo privi d’ogni soccorso e aiuto di poter navicar con questo corpo di nave, che senza arbori, vela e timon si può chiamar morto. Ma se noi l’abbandoniamo con quel poco che ci è restato di vivere ed entriamo nelle due barche che sono qui in nave, non però scapoliamo l’impeto del mare, al quale bisogna obedire, ma noi avemo in quelle governo e vele da poterne guidar dove conosceremo esser la nostra salvezza, e non esser condotti or qua or là contra il voler nostro: e però, quando piacesse al nostro Signor Dio di darne un poco di bonaccia, che saria segno d’esser placato verso noi miseri peccatori, a me pareria, quando a voi ancor cosí piacesse, che preparassimo la barca e schiffo di quel poco di viver che ci è rimasto, e quello equalmente partire”. A queste ultime parole avendo tutti piangendo risposto d’esser contenti, egli continuando disse: “Però con vostro consenso comando a te, Nicolò di Michiel scrivano, che secretamente debbi tuor in nota il nome di quelli che vogliono montar sopra del schiffo e sopra la barca”. E immediate si dettero in nota persone 45 di voler montar sopra il schiffo, qual era capace solum d’uomini 21, e però fu necessario di buttar per sorte chi vi doveva montar suso: e cosí fu fatto, e quello preparorono e misero in ordine, e il simile fecero della barca, nella qual entrò il patron con uomini 47 salvati fin allora.
Alli 17 decembre, mitigatosi alquanto la furia di venti, parse a tutti esser tempo atto di lassar la nave e montar nelle barche. Ma il timon, ch’era sopra coperta disteso, ne impediva che non le potevamo buttar in mare, onde fu forza tagliarlo e farne tre pezzi, e quelli gettar fuori. Ma il giorno era tanto curto che in un momento si vedeva la notte, onde fu forza d’aspettar il giorno di 18, nel qual si trovò il mar piú bonacciato. E allora cominciammo a voler alzar in alto la barca e schiffo, ma, non avendo l’arboro, fu forza di pigliar l’arguola del timon e, quella con sartie e taglie acconciata, ci mettemmo a voler levar la barca: ma, non potendola alzar tanto alto che la non rimanesse obligata dentro della banda del vivo della nave, ne fu forza di tagliar di detta banda non manco di due braccia per altezza e molto piú per lunghezza, e a questo modo le gettammo in mare salve. E dovendoci partir l’un dall’altro, si contristorono tutti i nostri cuori, e ci cominciammo ad abbracciar e baciar con infinite lagrime, sospiri e singulti: ed erano tanto serrati e contristati i nostri spiriti che non era possibile di mandar fuori parola alcuna, se non guardarsi piangendo.
Montorono nel schiffo i 21 a cui era toccata la sorte, e li fu data per rata secondo la porzione della mesa rimasta biscotti, anzi frisoppi, circa lire 300, formaggio candiotto lire 80, persutti lire otto, sevo da ripalmare lire 40, oglio circa lire due e non piú; ma ben vi mettemmo carrattelli sette di vini tiri, ch’è una sorte di malvasia, che di piú la ditta fusta non era capace. Similmente nella barca entroron uomini 47, computando il padrone, alli quali per rata toccò la lor parte di vettovaglia, aggiuntovi un poco di gengevo verde in sciroppo e sciroppi di limoni, con alquante poche spezie che furon tolte. Noi eravamo per arbitrio nostro distanti dalla piú prossima isola o terren da miglia 500 o piú dal capo sotto vento dalla parte di tramontana, e navigammo di conserva nel tranquillo mar quel poco di giorno con li nostri 21 compagni, consolandoci visto il principio di sí piana fortuna. Ma nel far della notte si levò una nebbia con oscurità che ne fu nunzio della mala sorte e fine che dovevano aver i compagni del schiffo, quali perdemmo di vista né piú li vedemmo.
Alli 19, apparsa l’alba e non vedendo alcun segno del schiffo, ne fece dubitar della lor morte, onde gli animi nostri molto si conturborono dubitando di quello che doveva intravenire, perciochè s’incrudelirono i venti per tal modo ch’un colpo di mare sí impetuoso saltò nella barca dietro della popa, dove noi Cristoforo e Nicolò eravamo assentati, che per forza del suo furore si piegoron due falche, che lasciorono segno d’insupportabil affanno, per modo che la barca era piú carica del peso dell’acqua che del suo proprio. Onde per aiutarla corressimo tutti a cavarla a mano, e, dalla paura e necessità constretti, ne conveniva gittar fuori per libarla tutto quello, o con acqua o senza, che piú pronto e commodo ne veniva alle mani. Riseccata la barca, subito s’accorgemmo d’aver in questa fortuna buttato via la maggior parte del vino, e che ci trovavamo in tanta estremità che, se volevamo gustarne per rivigorar gli affannati sensi, non toccava a cadaun per rata piú d’una tazza al giorno, e chi piú voleva bere gli conveniva pigliar dell’acqua del mare: e durò questa misura otto giorni e non piú. Dipoi, accortisi di maggior bisogno, ci riducessimo a maggior estremità, restringendo la rata nostra a meza tazza il giorno. Né alcuno di noi poteva fissamente dormire, per li varii dubbii e pericoli che sempre ne stavano presenti. Stavamo di continuo, giorno e notte, quatro o sei di noi, chi al timone e chi alla sentina, stando sempre fermi e dritti, dandoci il cambio: dove pativamo freddo senza comparazion molto maggiore di quello qual già fu non sono molti anni in Venezia, quando tutt’i canali erano giacciati, che da Margara a Venezia passavano sopra il ghiaccio non solamente gli uomini e le donne, ma buoi, cavalli, carri e carrette in gran quantità, con admirazione di tutto ‘l popolo, conciosiachè quella regione sia senza comparazione molto piú fredda del paese d’Italia. Or considera che stato era il nostro, ritrovandoci alla scoperta con pochi panni, non avendo da mangiar né da bere né altra cosa necessaria al viver umano, salvo pochi frisoppi avanzatici, e le notti di ore 21 l’una, pur oscure. Per il qual freddo cominciavamo a perder i sentimenti de’ piedi, e a poco a poco tal freddo intenso occupava tutto il corpo, accendendone d’una canina e rabbiosa fame, tal che cadaun cercava di divorar ciò che piú accanto e prossimo avesse in qual parte potea, pur che far lo potesse con quel debole e poco vigore che gli era rimaso. Poi, sopragiungendoli la morte, lo vedevi crollar la testa e cader immediate morto.
Nei quali disagi, di 47 uomini che in questo termine ci ritrovavamo, ne spirorono 26: e non è cosa di maraviglia, non potendo aver alcun soccorso; anzi è divino miracolo che ne sia rimasto vivo alcuno, e quelli pochi che siam restati è solamente per far memoria di sommamente esaltare la divina potenzia. Li quali 26 morirono dalli 23 di decembre fino alli 5 di gennaio, quando uno, quando duoi e piú al giorno, e li davamo il mare per sepoltura.
Adí 31 decembre, mancatone in tutto il vino e vista la cruda esperienza di nostri 26 compagni, che per bere dell’acqua del mare morirono, la necessità ne fece buon stomaco, cioè di pigliar della nostra urina per spegner la sete. E già vi erano di compagni usi a torne in abondanzia, perchè, mancatali l’abondante copia del vino, non potevano tolerar la sete, non che scacciarla, anzi avevano per somma grazia di poterne impetrar da’ compagni, de’ quali ve ne furono alcuni che la negavano al piú suo propinquo per riservarla a se medemi. Vero è che alcun di noi cautamente la mortificava con alquanto siropo di gengevo verde o di limoni a caso rimastici, durante questo fin al quinto di gennaio, ogn’ora piú usandoci a maggiori estremità.
Adí 3 di gennaio 1431 avemmo vista del primo terreno, il che ne porse somma speranza, avenga che fosse molto distante, dove vedemmo alcuni scogli sopravento colmi d’infinita neve, alli quali, per esserne i venti contrarii, non potemmo accostarci con la vela, e manco con li remi, per esser le nostre braccia grandemente indebilite: onde pur ci afforzavamo d’appressarvici secondo il vento, ma, per la correntia dell’acqua trapassandoli del tutto, li perdemmo di vista.
Adí 5 del detto avemmo vista d’un piú alto scoglio sotto vento, il quale scorrendo, subito ci afforzammo di accostarvici, benchè scorremmo per alquante ore. E visto noi esser soprani allo scoglio pur lontano, allargammo la vela per andarvi, talchè circa le tre ore di notte vi fummo appresso, e forse troppo: ma mediante il lume della divina clemenzia s’accorsero quelli da proa dell’occulto e sassoso scoglio, onde subito fu ordinato a quelli del timon che dovessero tirare a poggia. Noi ci trovavamo in grandissimo pericolo di manifesto e certo naufragio, per esservi sotto sassi infiniti che ne facevan spaventar, perciochè eravamo entrati fra due scogli in un luogo che a torno a torno era petroso e innavigabile; nel qual punto essa misericordia di Dio, per salvarne, subito mandò un colpo di mare senza rottura, il qual a peso ne cavò salvi fuori di quella concavità, benchè per questo cargasse la fusta di molta acqua, la qual subito riseccammo. Il che veramente conoscemmo esser dono del Signor Dio, che secondo i bisogni nostri e casi estremi ne porgeva ardire, vigor e sapere, del corpo come della mente.
E andando alla via d’uno piú alto scoglio, avemmo vista d’una valle posta fra duoi prossimi monti, nella qual volendo entrare, circa la quarta ora di notte, i crudel venti non ne lasciavano. E accesi di grandissimo desiderio di smontar in terra, ripigliammo vigore e a forza di remi e col divino aiuto entrammo nella detta valle, a punto nel men dubbioso luoco, quasi nel suo principio, nel qual subito che si sentí toccar con la fusta la rena, cinque de’ nostri compagni, piú desiderosi del bere che d’altra recreazione, saltorono in acqua senza riguardo alcuno, ancor che fosse molto alta, e s’aviorono verso la neve, e tanta n’inghiottirono ch’era cosa incredibile. Poi a noi ch’eravamo rimasti in barca per defenderla dal batter del mare ne portorono gran quantità, della quale con grande avidità ne pigliammo ancor noi fuor di misura.
E discorrendo secondo i nostri iudicii, che avendo scorsi con questa fusta giorni 18 dal dí che ci partimmo dalla nave fin questo dí 6 di gennaio, sempre camminando fra greco e levante, e non di minor vento che di sei miglia per ora, noi eravamo trascorsi da duoimila e cinquecento miglia e piú, senza mai veder terreno alcuno.
Adí 6 di gennaio, a punto il solenne giorno dell’Epifania, smontammo in terra 19 di noi in questo disabitato e arido luogo, chiamato l’isola di Santi, in la costiera di Norvega sottoposta alla corona di Dacia, lassando duoi altri alla guardia della debole barca, acciò dalle percosse del mare non fosse rotta. E quivi smontati col favor d’un remo c’ingegnammo d’accender fuoco, e con la casettina del fucile ci riducemmo nel men scoperto luogo da’ venti: e visto il fuoco la natura pur prese alquanto di vigore. Ma questa prima notte, per li già patiti disagi, tre di nostri compagni smontati in terra morirono, e li due compagni ch’erano rimasi in barca, visto che niuno andava né andar poteva a darli aiuto né scambio, abbandonarono la barca con li suoi coredi, e tremanti, freddi e mezi morti ne vennero a ritrovare, dove pur alquanto si scaldorono. Vista per noi l’estrema nostra calamità, e comprendendo quest’isola esser disabitata, e accorgendoci chiaramente, per li fumi e fuochi che noi vedevamo, ch’altra isola ch’era appresso a noi cinque miglia era abitata, noi 18 rimasi deliberammo d’andar a quella. Ed essendo rimasa in abandono la nostra barca, il mar l’avea molto battuta, onde cercammo restoppiarla e calefattar al meglio potemmo, ritornandovi dentro quei pochi armizzi che ci eran restati per andar alla detta isola. Ma, montati che vi fummo sopra, la barca s’aprí e allargò le sue corbe, in modo che subito la vedemmo piena d’acqua: onde ne fu forza mutar pensiero.
Smontati parte di noi quasi tutti in acqua e parte fino al mezo in minor acqua, ci sforzammo di tirarla in terra, e, desperati di mai non potervi star sopra, deliberammo di adattarla in modo che fosse a proposito per coprirci. Come meglio potemmo la facemmo in due parti, e della maggiore femmo una copritura over capanna per tredici di noi, e della minore un’altra capace per cinque uomini: sotto le quali entrammo, coprendole con parte della nostra vela. E delle reliquie e coredi di detta barca facemmo continuamente fuoco, solo per conservar la vita nostra.
Mancandone in tutto ogni sostanzia del cibarci e del bere, andavamo vagando sopra il lito del mare, dove la natura ne porgeva il vivere con alcune chiocciole e pantalene: e di questi non quanti né quando volevamo, ma quando potevamo e in picciola quantità. E levando la neve in alcuni luochi, trovavamo certa erba la qual con la neve mettevamo in la caldiera, e come ne parea che la fosse cotta la mangiavamo: né però ci potevamo saziare. E cosí vivemmo 13 giorni continui, con pochissima carità fra noi, per la gran penuria di tutte le cose ed estrema fame facendo piú tosto vita bestiale che umana.
Perseverando in cosí aspra vita, avenne che per gl’insupportabili disagi mancorono quattro di nostri compagni del maggior ridutto, a punto dov’era l’afflitto padrone, con quelli rimedii e pochi conforti all’anime e corpi loro che si può stimare, appresso di noi rimanendo i lor corpi, i quali, per esser noi debolissimi, perso ogni nostro vigore, non potevamo rimover due braccia lontani dagli occhi: anzi dirò piú che non avevamo cosí tosto presa la gelata o calda acqua per bocca, che subito la natura per se medesima la mandava fuori, non potendo noi di ciò astenerci né pur levarci in piedi.
Aveaci la fredda stagione a tanto bisogno ridotti che per riscaldarci stavamo stretti in modo che parevamo quasi cuciti insieme, onde, entrati sotto la vela la qual copriva intorno intorno fino a terra ambe le nostre capanne, non potendo esalar il fumo, che procedeva (com’io stimo) per la pece ch’era intorno ad alcuni pezzi della barca, li quali noi abbrucciavamo, di sorte s’enfiorono gli occhi che non potevamo vedere: nondimeno il tutto pativamo per riscaldarci. E i vestimenti nostri, quali mai ci cavamo da dosso, s’empierono di vermenezzo, e abondavano i pedocchi in tanto numero che, levandocegli da dosso, li gettavamo a piene mani nel fuoco, e s’incarnavano per tal modo nella cotica e fin nell’ossa che finalmente condussero a morte un nostro giovane scrivanello, che mai si poté da tal abominevol vermenezzo difendere: cosa di manifestissimo esempio per abassar le nostre superbie e alterezze.
Ora, essendo fra noi mancata la concordia, ciascun usava il suo proprio aviso, onde, vagando parte di nostri compagni per il salvatico e disabitato sito, vennero a notizia d’un solitario e antico ridutto, già fatto da pastori per il tempo della state: ed era posto nel piú alto di la costa di detta isola di ver ponente, distante dal nostro circa un miglio e mezo. Al quale sei di compagni del numero degli otto che in questo primo si trovavano deliberorono trasferirsi, per manco loro incommodità, lassando gli altri duoi compagni soli nell’abbandonato luoco, sí per non poter lor camminare come per esser noi a condurgli impotenti.
Avenne che quelli sei, per grazia e dono di Dio, trovorono un pesce grandissimo, al qual non so che nome darli, o balena over porco di mare, qual è da stimare che fosse mandato dalla somma e divina bontà per cibarne. E considerato che quello si vedea esser stato gettato dal mare sul lito, morto da fresco e buono e grande, e al tempo di tanto bisogno, ne rendemmo grazie al clementissimo Signor Dio, il quale per allora volse sostentare li tanti estenuati corpi e tanto bisognosi di questo cibo, placato forse per l’orazioni di qualche risvegliata anima divota. Onde noi altri cinque compagni del piccolo e secondo ridutto, come ci acorgemmo che questi nostri compagni aveano acquistata cosí abondante preda e che la volean tener secreta, tutti adirati n’andammo a ritrovarli, disposti al tutto di volerne ancor noi, o per amor o per forza, spingendone la fame ad usar ogni crudeltà e metter le persone ad ogni rischio di morte, ogn’ora piú accrescendo l’odio tra noi. Ma il prudentissimo padrone, vedutone nel viso tutti accesi di fuoco, con parole umili e piene di carità cominciò a pregar e supplicar, minacciando l’ira divina sopra di loro crudeli se non ne facean partecipi del dono mandatoli dal Signor nostro clementissimo, di sorte che ne gustammo quanto volemmo insieme con loro, e anco n’ebbero gli altri duoi compagni ch’erano restati infermi nel primo ridotto. Con questo pesce ci nutrimmo nove dí convenientemente, e per aventura quelli proprii nove giorni furono con tanti venti, pioggie e nevi che per niun modo il crudel tempo n’averebbe lasciati uscir un passo fuori della nostra capanna.
Consumato il miracoloso pesce, alquanto si bonacciò la rabiosa fortuna, onde, non avendo da vivere, a guisa di lupi che spinti dalla fame van cercando l’altrui abitazioni, uscimmo della capanna e andammo vagando per il deserto scoglio, per trovar alcun soccorso da vivere di pantalene e buovoli marini, con li quali ci era necessario contentarci, ancor che fossero cose minime. E cosí ci nutrimmo insino all’ultimo di gennaio 1431, però magri, pallidi, afflitti e mezi vivi. Fra il qual tempo, trovando alcun sterco di bove che dal freddo e vento era riarso (che ogni dí ne racoglievan per far fuoco), conoscemmo per fermo quel luoco esser stato abitato da buoi, la qual cosa ne porgea ferma speranza di qualche buon fine: e con questo tolleravamo parte di nostri acerbi pensieri e dolori.
Alla fine venne l’ora che ‘l nostro benigno Fattore e clementissimo Signore volse condurre al porto di salute le sue tanto affannate pecorelle, e fu in questo modo. Essendosi ad un pescatore, vicino a questa isola cinque miglia, l’anno dinanzi smarriti duoi vitelli dal luoco dove gli soleva tenere, e non avendo mai di quelli fra l’anno sentito nuova alcuna, né avendo speranza di ritrovarli, la propria notte venendo il primo giorno di febraio 1431 venne in visione ad uno figliuolo del detto pescatore di Rustene (che cosí la detta isola si chiamava), il qual era di età d’anni 16, come certamente i duoi vitelli erano scampati su l’isola di Santi, distante dalla loro, dove noi eravamo alloggiati, a punto dalla parte di ponente, dove non ebbe ardir mai alcuno d’andarvi suso per la bassezza della marea. Onde il figliuolo ch’ebbe tal visione pregò il padre e un suo fratello maggiore che li facessero compagnia per andar a ritrovarli, e cosí tutti tre con una loro barca pescaressa presero il viaggio verso detta isola, e vennero a punto dove noi eravamo; e quivi smontando i detti giovani lasciorono il padre a guardia della barca, e alquanto su per la costiera montati, s’avviddono innanzi nell’aria uscir fumo del loro usitato altre volte ridutto, onde spaventati e confusi si maravigliavano, e non poco, come, donde e per qual via questo potesse esser, per il che stavano molto piú stupefatti: e desiderando di saperne la causa, comincioron fra loro a parlare. Noi, benchè sentimmo tal strepito e udimmo le voci, pur non potevamo comprender ciò che si fosse, ma giudicavamo piú tosto che fosse il gracchiar di corbi che voci umane: e a questo ne induceva l’aver veduto pochi dí innanzi, sopra i miseri corpi de’ nostri otto compagni gettati al vento, moltitudine de corbi che con la voce fendevano l’aria, pascendosi di quelli, onde pensavamo non poter esser altri. Ma, perseverando di ben in meglio le voci de’ fanciulli da Dio mandati per salvarne, chiaramente s’accorgemmo che queste erano voci umane e non d’uccelli. E in quello instante Cristoforo Fioravante uscí della capanna e, visti li duoi garzonetti, ad alta voce gridando venne verso di noi, dicendo: “Rallegratevi, ecco che duoi ne vengono a ritrovare”. Onde, accesi d’uno ardente disio, ci levammo in piedi, andando piú col cuore che con li piedi; alli quali approssimati, conoscemmo che per la subita ed estrema novità si spaventarono, e nella loro effigie divennero pallidi. Noi per il contrario, rallegratici e con certa speranza confortati, con atti e gesti di umilità ci dimostravamo che non eravamo per offenderli in modo alcuno. Varii pensieri n’andavano per la mente, se dovevamo ritener uno di loro o tutti duoi, overo se doveva andar con loro uno o due di noi. Il primo aviso ci contrariava, per non saper con chi né con quanti avessimo a fare, per non intendere noi loro né essi noi. Ma, consigliati dal Spirito Santo, con dolci maniere quanto piú potemmo descendemmo alla barca loro, dove era il padre che gli aspettava, il quale quando ne vidde rimase ancor lui stupido e attonito. In questo mezo guardavamo se nella lor barca vi fosse cosa alcuna da soccorrere a’ bisogni nostri da vivere, e nulla vi trovammo. E mossi a pietà, che ne vedevano affamati per segni e atti che li facevamo, contentorono di menar con loro Ghirardo da Lione scalco e Cola di Otranto marinaro, per aver qualche intelligenzia del parlar francese e todesco, lasciandone con gran speranza di presta salute.
Giunta la lor barca con li duoi nostri compagni a Rustene, tutto quel popolo concorse, e visto l’aspetto e l’abito d’essi nostri compagni, e di tanta e tal novità stupefatti, dimandavano fra loro donde e come questi tali fussero apparsi, over onde smontati, e per esser meglio intesi tentoron di parlarli con diverse lingue: ma finalmente un sacerdote alemano dell’ordine de’ Predicatori s’intese con uno de’ detti compagni in todesco, e per tal mezo furon certificati chi fussimo, donde e per qual via quivi eravamo capitati. La qual cosa la mattina sequente, che fu il dí secondo di febraio, giorno dedicato alla gloriosa Madre di Cristo, il detto prete publicò a tutto il popolo di Rustene, esortandoli che dell’infortunio nostro si movessero a pietà e ad aiutarne con le lor forze. Noi che eravamo rimasti nell’isola disabitata stavamo con ferma credenza e infallibile speranza che senza dimora alcuna la mattina seguente dovessero tornar per noi, sí per esserne avisati, come eziandio perchè i duoi nostri compagni li sollecitariano. Passato un giorno e una notte e non vedendo alcuno comparir, varii e terribili pensieri n’andavano per la mente, e tutti tendevan al male, onde, passata la solennità della gloriosa Donna e non venendo né ambasciata né soccorso alcuno, fummo eccessivamente conturbati, rimanendo mezi morti.
In questo mezo, per il catolico ricordo del prete alemano, alli 3 di febraio 1431, a punto il dí di san Biagio, giunsero a noi gli umani e pietosi cittadini di Rustene, copiosi d’ogni sustanzia che usano per il loro vivere, per cibarne e salvarne, desiderosi di condurne all’amorevol loro abitazioni per recreare i nostri estenuati corpi. E cosí fummo guidati e accettati in Rustene il giorno predetto, dove ne furon porti grandi restauri, che n’erano piú tosto nocivi per la troppa abondanzia, perchè non ci potevamo saziar ogn’ora del mangiare, e il stomaco debile, non potendo patire, ne induceva un affanno nel cuore che pensavamo di morire.
Erano rimasti nel primo e maggior di due nostri ridutti duoi di compagni ch’erano impotenti, i quali nulla sapevano di questo cosí miracoloso soccorso: e data di loro notizia a questi catolici paesani, e similmente degli altri otto morti e non sepolti, radunatisi insieme andorono col prete cantando salmi e imni, sí per sepelire gli otto morti come per condur a porto di salute i duoi rimasi, i quali giunti all’isola di Santi fecero l’opera di misericordia con li detti otto spirati, al numero de’ quali s’aggiunse uno delli duoi rimasti, qual trovorono morto. Or pensate come doveva star l’altro, privo di compagnia e d’ogni umana sustanzia: e costui ancora con poca vita fu condotto a Rustene, dove in capo di due giorni passò di questa vita.
Giunti noi undici a Rustene, smontammo in casa del nostro conduttore, ostiero e signore, come lui e gli altri volsero: nella cui entrata il prudentissimo nostro padrone messer Piero Quirino, usando della sapienzia sua, fece un atto di grandissima umiltà, che subito che ‘l vidde la consorte del nostro maggiore, mostrando per sembianti volerla riconoscer per signora e madonna, a’ piedi di quella si gettò; ma essa non volse e lo sollevò di terra, abbracciandolo e conducendolo al fuoco, e di sua mano li dette da mangiare.
In questa isola sono dodici casette con circa bocche 120, per la maggior parte pescatori, e sono dalla natura dotati di ingegno di saper far barche, secchie, tine, cesti, reti d’ogni sorte e ogni altra cosa che sia necessaria per il suo mestiero, e sono l’un verso l’altro molto benivoli e serviziali, desiderosi di compiacersi piú per amore che per sperar alcun servizio o dono all’incontro. Il forzo de’ loro pagamenti e baratti, in luoco di moneta battuta, sono pesci chiamati stochfis, quasi tutti d’una misura, di quali ogn’anno seccano al vento copia infinita, e li caricano al tempo di maggio, conducendoli per li reami di Dacia, cioè Svezia, Dacia e Norvega, pur tutti sottoposti al re di Dacia, dove barattano detti pesci a corami, panni, ferro, legumi e altre cose delle quali essi hanno carestia. Poche altre cose per vivere si trovano qui oltra il pesce; pur alle fiate qualche poco di carne di bue, latte di vacca, del quale con segala e non so che altra mistura fanno pane di cattivo sapor. Il loro bere è latte agro, ch’è dispiacevole a chi non è avezzo; usano anco cervosa, cioè vino cavato di segala. Noi mangiammo del pesce passera, li quali sono grandissime e da non poter credere: ne vedemmo alcune assai piú lunghe di sei piedi di misura commune veneziana, larghe su la schiena piú di duoi piedi, e per altezza grosse piú di duoi terzi d’un piede, cosa mirabile a dire. Vestono gli uomini di pelle rosse e tal nere, difensive dell’acqua, e se usano panni sono grossi, di colori azzurri, rossi e berrettini, condutti di Dacia, di picciol prezzo. Usano questi paesani di frequentar molto le chiese, perchè sono devotissimi e hanno somma reverenzia al culto divino. L’avarizia è qui totalmente spenta, però in niuna guisa sanno né conoscono che cosa sia dell’altrui far suo, salvo per baratto: e però non costumano di serrar né uscio né casa né finestre né alcuna cassa per dubio di non esser robati, ma sí ben per causa degli animali salvatichi.
Gli abitatori di questo luoco, e giovani e vecchi, sono di tanta semplicità di cuore e obedienti al divino precetto che non sanno né conoscono né pensano in guisa alcuna che cosa sia fornicazione né adulterio, ma usano il matrimonio secondo il comandamento di Dio, come proprio sacramento, solo per osservar il divin precetto e non per alcuna propria lussuria né alleviamento del stimolo della carne, tanto è la region fredda e contraria alla libidine. E per dar di ciò vero argomento, dico io Cristoforo ch’eravamo in casa del predetto nostro ostiero e dormivamo in una medema capanna dove ancor lui e la moglie dormivano, e successivamente v’erano in un contiguo letto le sue figliuole e figliuoli d’ottima età insieme, appresso li quali letti dormivamo ancor noi, pur alli loro contigui, sí che nell’andar loro a dormir o al levarsi di dí o di notte, spogliati nudi, e noi similmente, cosí indifferentemente ci vedevamo insieme, e con quella purità come se fussemo stati piccolini fanciulli. Anzi vi dirò di piú, che quasi di duo giorni l’uno il predetto nostro ostiero con li figliuoli maggiori si levavano per andar a pescare, quasi nella piú dilettevole ora del dormire, lasciando in letto la moglie e figliuole, con quella securità e purità che se propriamente nelle braccia della madre l’avesse lasciate, non tornando a casa per minor spazio che di ore otto.
Gli abitanti in quest’isola, massime i piú vecchi, si trovano cosí uniti di volontà con Dio che in ogni caso di morte natural che occorra, di padre, madre, marito, moglie, figliuoli, o qualunque altro parente overo amico, quando è apparita l’ora del passare all’altra vita, subito senza alcun ramarico s’uniscono insieme alla catedral chiesa a ringraziar e lodar il sommo Creatore, che ha concesso a quel tale di viver tanti anni, e al presente come sua creatura l’ha voluto chiamar in grazia e appresso di sé, e ad ora debita farlo mondare per riaverlo puro e netto come il nacque. Onde, lieti e contenti della sua infallibil volontà, li danno lode e gloria, non mostrando in parole né in gesti passione alcuna, come se proprio ei dormisse. Veramente possiamo dire che da dí 3 febraio 1431 insino alli 14 di maggio 1432, che sono giorni cento e uno, esser stati nel cerchio del paradiso, ad obbrobrio e confusione de’ paesi d’Italia.
Quivi vedemmo all’entrar di maggio grande varietà. Prima le lor donne usano d’andar ai bagni, li quali sono molto vicini e commodi, e per purità e usanza, che tengono che sia la seconda natura, usano di uscir delle loro abitazioni nude come proprio uscirono dal ventre materno, andando senz’alcun riguardo al lor viaggio; solo in la man dritta portano un mazzo d’erba in guisa di scopa, dicono per fregarsi il sudore da dosso, e la man manca tengono sul fianco distendendola quasi per ombra di coprir le posterior parti, non però che s’appressi molto: dove noi, vistole da due volte in suso, se ne passavamo cosí leggiermente come lor proprii, tanto ne inclinava la region fredda e il continuo vederle a non ne far conto alcuno. Dall’altra parte queste proprie donne si vedevan la domenica entrar in chiesa con lunghi e onestissimi panni, e per non esser viste per alcun modo nel viso portano in testa a modo di una compiuta celata da gorzarino, la qual ha una visiera a punto in modo d’una cimiara da piffari, per la qual guardano per entro quella non meno lungi dagli occhi loro che si sia la cimiara lunga, come proprio s’ella avesse in bocca per sonare, e peggio ch’ella non puol vedere né parlare se non si volge larga dall’uditore un braccio e piú. Io ho voluto notar queste due estreme varietà, come degne da esser intese.
Quivi da 20 novembre fino adí 20 febraio la notte si mantiene e dura circa ore 21 o piú, non ascondendosi però mai la luna del tutto, o almeno i suoi raggi; e da 20 maggio fino alli 20 d’agosto sempre si vede o tutto il sole o i suoi raggi non mancano.
In questa regione vi è copia infinita d’uccelli bianchi, nella loro lingua chiamati muxi, e noi li chiamiamo coccali marini, i quali per natura conversano e dimorano volentieri dove abitano le persone, o in barca o in terra che si ritrovino, e sono cosí domestici come i colombi casalenghi appresso di noi. Questi uccelli par che si paschino e nudriscono solo del stridare, tanto continuamente cinguettano: vero è che al piú caldo tempo e quando è sempre giorno, circa ore quattro, come saria a dir appresso di noi innanzi l’occaso del sole, restano di stridare, e allora i paesani assueti a ciò per tal restare se ne vanno a dormire, come segno di quiete. In questa isola e in li paesi di Svezia vedemmo pelli bianchissime d’orsi, come di armellini, assai piú lunghe di dodici piedi veneziani, cosa stupenda ma vera.
Stemmo in Rustene mesi tre e giorni undici, pur aspettando tempo congruo di passar col nostro ostiero in Svezia, con l’usato suo carico di pesce stocfis, il qual è a punto di maggio, dove questi paesani si partono, conducendone copia infinita per li reami dell’antedetto re di Dacia. Adí 14 di maggio 1432 venne la tanto desiderata ora di rivolger il viso verso l’amorosa e amata patria, com’avemo avuto sempre il desiderio e l’animo, e lasciar il caritativo sito di Rustene, che fu l’ultimo sussidio e restauro alle nostre miserie. E prendemmo licenzia dalli nostri domestici di casa e dalla nostra madonna e ostiera, alla qual per segno di carità lasciammo non quello eravamo obligati, ma solo quello ne era rimaso, cioè certe piccole cosette di minima valuta all’animo nostro, come fu tazze, centure e annelletti; e similmente prendemmo dalli vicini e dal prete e universalmente da tutti, dimostrando loro per cenni e per parole, secondo che dall’interprete poteron comprendere, come noi a tutti ci riputavamo obligati. E fatte le debite salutazioni, montammo sopra una fusta di portata di circa botte 20, carica del detto pesce, guidata dal nostro patron ostiero con tre delli suoi figliuoli e alcuni suoi parenti, e il detto giorno ci partimmo tirando alla volta di Bergie: ed è il primo porto atto al spaccio di tal pesce, il qual luoco è distante da Rustene circa mille miglia. E conducevano detta fusta per certi dritti e securi canali, commodissimamente vogando.
Ma poi che fummo dilungati da Rustene da circa dugento miglia, trovammo certe reliquie di corbami e forcami del nostro schiffo, per il che conoscemmo chiaro come li nostri compagni ch’erano in quello la prima notte che da noi si partirono esser sommersi e periti.
Adí 29 maggio 1432 capitammo con la predetta fusta al Trondon, in la costiera di Norvega, luogo del re di Dacia, dove si riposa l’onorato corpo del glorioso santo Olao. Qui dimorammo giorni 10, per aspettar passaggio e tempo conforme al nostro cammino; e non lo trovando, per non perder piú tempo prendemmo licenzia dal nostro amoroso ostiero, dai figliuoli e dagli altri, per seguir il nostro viaggio per terra.
Adí 9 giugno ci partimmo dal Trondon camminando a piedi, andando verso Vastena, luoco sottoposto al re di Dacia nella provincia di Svezia, dove è la mascella e parte dell’osso della testa di santa Brigida. Quivi essendo conosciuti per Veneziani, gli abitanti, per reverenzia del lor glorioso re santo Olao, al qual già (come ben sapevan) la nostra signoria di Venezia fece grandissimo favore nell’andar e tornar del viaggio di Ierusalem, si disposero con fatti di provederci di consiglio, aiuto e danari. E prima ci consiglioron che non andassimo per il dritto cammino in Dacia, per li pericoli d’animali salvatichi che ci potrian occorrere, ma addrizzarsi verso Stichimborg, per trovar un valoroso cavalliero veneziano, detto messer Giovan Franco, dal qual avessemo per amor della patria favor e aiuto copiosamente, ancor che la strada fosse di 30 giornate al contrario del nostro dritto camminare.
Partiti da Vastena, duoi di nostri compagni, piú veloci del camminar che dotti, n’andorono innanzi forse due balestrate, dove, trovando due egual strade, una delle quali è manco usata ma piú corta e sassosa, s’aviarono per quella ch’era piú corta, e giunsero a Stichimborg adí 13 luglio, da noi sempre con affanno d’ambe le parti smarriti. E noi altri nove rimasi adietro andammo per l’altra strada, soggiornando con alquanto dispiacere per il lor smarrimento, e alli 18 capitammo in la corte del detto cavallier messer Giovan Franco, baron onorato e appreziato dalla corona di Dacia, dove trovammo con grande allegrezza li due smarriti compagni.
Al giunger nostro, sendo già informato il valoroso cavalliere, con allegra faccia ben mostrò a noi quanto sia l’amor della patria, e massime conoscendo la calamità e penuria di noi compatrioti, e poterla facilmente sovenire. E però non si poteva saziar d’onorarne, vestirne, cibarne, donarne danari per li nostri bisogni; dapoi, accommodandone di buone cavalcature, con la propria sua persona e dell’unico suo figliuolo messer Mafeo, con 120 cavalli de’ suoi servitori ne accompagnò molte giornate per il suo territorio, camminando sempre a sue proprie spese. Dapoi sopra i suoi confini prendemmo combiato, ringraziandolo con quelle piú reverenti e amorevoli parole che ci fosse possibile. Onde egli partito ne lassò per nostra guida il detto suo figliuolo messer Mafeo, con 20 famigli a cavallo, il qual ne fece compagnia fino a Vastena, luogo donde circa 40 dí avanti ci eravamo partiti, al qual luogo per schifar il cammino di due mesi ci affannammo di ritornare, talchè adí 30 luglio entrammo in Vastena, dove dimorammo fino alli 2 d’agosto, sempre accompagnato e fattone le spese dal detto messer Mafeo.
Adí 2 d’agosto ci licenziammo dal predetto messer Mafeo, rendendoli quelle grazie che potemmo, e da lui partiti andammo a Lodese, dove capitammo alli 11 del detto, nel qual luogo trovammo duoi passaggi, l’uno per Inghilterra, l’altro per Alemagna bassa: e quivi ci dividemmo volontariamente in due parti.
Adí 22 agosto 1432 noi Cristoforo Fioravante, uomo di consiglio dell’infelice nave, insieme con Girardo da Lione scalco e Nicolò di Michiel di Venezia scrivano, ora scrittore della presente opera, ci partimmo dagli altri 8 nostri compagni, essi andando a Londra e noi verso Venezia per via di Rostoch, fingendo d’andar per il perdono a Roma.
E dopo molti affanni e disagi, passando monti, valli, fiumi, quando a piè quando a cavallo, con l’aiuto dell’omnipotente Iddio capitammo alla nostra tanto desiderata patria di Venezia adí 12 di ottobre 1432, sani e salvi, lasciando a Vasenech il detto Ghirardo da Lion, il quale de lí andò alla sua nazione.
E quelli ch’andorono in Inghilterra furono questi:
Messer Piero Quirini fu di messer Francesco, patron poco aventurato, il quale, avanti questi aspri casi, era uso di viver tanto delicatamente quanto a gentiluomo della sua sorte si richiedeva, avendo il corpo di gentilissima complessione: e sí come prima era debile e delicato, cosí dipoi, per li tanti patiti disagi cangiata natura, divenne forte e robusto.
Messer Francesco Quirini fu di messer Iacomo, gentiluomo veneto, stato su l’infelice cocca mercatante.
Messer Piero Gradenico fu di messer Andrea, di età d’anni 18, giovane mercatante: cosa stupenda che in cosí tenera età abbia potuto sostener gli affanni e disagi predetti.
Ser Bernardo da Cagliere, nocchiero della nave, la cui moglie, essendo giovane, sí per la longa dimora del tempo trapassato, sí per essersi verificato piú volte detta nave con tutti quelli che vi eran sopra esser pericolata, e non apparendo alcun segno in contrario, consigliatasi piú frezzolosa che pensatamente, com’è usanza delle bisognose donne, si maritò a Triviso e piú mesi visse in santo matrimonio, credendo perseverar in quello. Ma, sentita la nostra venuta e la vera novella del vivo e vero marito, subito separò la copula del secondo matrimonio e rinchiusesi in uno onesto monasterio, sí per dichiarir la integrità della sua mente come per aspettar di ritornar col vero sposo, il qual dopo noi circa tre mesi venne a Venezia sano e salvo. E dopo alcuni ragionevoli sospetti, ma non veri, purgati, come onesta, savia e cara donna se la ritolse, avendo piú rispetto alla sua debole natura che al preso consiglio, e oggi l’ha piú cara che mai per la sua innocenzia. Alvise di Nasimben da Zara, già penese della predetta cocca. Andrea di Piero da Sibenico, Cola da Otranto marinari e Nicolò Quirini, già tartaro e famiglio fidelissimo, che piú tosto si dee chiamar balia over mamma del detto suo padrone messer Piero, il qual servitor veramente, in ogni estremità che patirono, sempre mostrò con vero effetto d’aver piú cara la vita del detto che la sua propria, scemando sempre la rata sua per sovenir all’estenuato corpo e appetito del suo bisognoso signore. Li quali tutti, fuor che ser Bernardo di Caglieri, tornorono dalli lor voti dalli 14 alli 25 di gennaio.
E tutte le cose che abbiam detto di sopra furon narrate per li sopradetti Cristoforo Fioravante e scritte per Nicolò di Michiel scrivano, ma ordinate e messe insieme da me, Antonio di Matteo di Curado, secondo che da lor mi furono recitate; e ancor che siano confusamente dettate, sono però tutte scritte con ogni verità.
A Bruggia capitando poi nel suo ritorno il detto messer Piero Quirino, ridotto in casa di messer Vettor Cappello fu di messer Giorgio, sentí dir di bocca di uno di padroni già trovato a capo Chiara come quella propria notte del nostro infortunio l’altro padrone con la sua nave carica di sale a Buya, alla qual dieron lingua capitò male, pericolando alli 11 di novembre 1431.
Il fine della narrazion di Cristoforo Fioravante e Niccolò di Michel sopra il naufragio del magnifico messer Piero Quirino
 
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